IL BLOG DI ELEONORA GUGLIELMAN

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TASK IN PROGRESS: valutare le Competenze Chiave nella scuola

Seminario TASK IN PROGRESS – Roma, 6 maggio 2016

Sala dei Seminari dell’Istituto Statale per Sordi, via Nomentana, 56

Il percorso di introduzione delle 8 Competenze Chiave per l’apprendimento permanente nella scuola, iniziato da diversi anni e contrassegnato da importanti passaggi quali il DM n. 9 del 21.01.2010 per la loro certificazione nella scuola secondaria di I grado e la CM MIUR n. 3 del 2015 per la certificazione nella scuola secondaria di II grado, fa emergere la necessità di un nuovo approccio valutativo.

Come richiamato nelle Linee Guida della CM, le Competenze Chiave per la loro natura non possono essere valutate con gli strumenti abitualmente utilizzati per la valutazione degli apprendimenti, ma occorre fare ricorso a compiti di realtà (prove autentiche), osservazioni sistematiche e autobiografie cognitive, utilizzando strategie che mettano in gioco le dimensioni autoriflessive e autovalutative.

Il progetto TASK (Teacher Assessing Key Competences in School: authentic task based evaluation methodology) risponde a questa sfida, mettendo a disposizione degli insegnanti delle scuola secondaria di I e di II grado una metodologia di valutazione delle Competenze Chiave che, tenendo conto di questi aspetti, costituisce uno strumento in grado di consentire la certificazione con i modelli ministeriali in adozione nelle scuole italiane. La metodologia, basata sui Référentiels europei e validata dall’università di Leiden, è un prodotto delle attività del progetto Erasmus+ TASK, e sarà disponibile nei prossimi mesi anche come dispositivo online.

Il Seminario TASK IN PROGRESS sarà l’occasione per presentare la metodologia di valutazione e offrirà un momento di confronto e dibattito sui temi delle competenze, della valutazione e della certificazione.

La partecipazione è gratuita

Per informazioni e prenotazioni: info@learningcom.it

http://www.taskeuproject.com

 

 

TASK leaflet

 

QR evento Task in progress


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Cattivi maestri di valutazione

Scena del film "I 400 colpi" di Truffaut

Scena del film “I 400 colpi” di Truffaut

Nei corsi che faccio con insegnanti e formatori la valutazione è un argomento immancabile. Quando ne parlo, parte sempre da un semplice esercizio: chiedo ai partecipanti di ricordare, sulla base di uno schema-guida, la loro esperienza di studenti.

Lo schema riporta alcune domande che stimolano una riflessione personale: le strategie valutative usate dagli insegnanti, la frequenza e la finalità con cui erano usate. Oltre alla parte descrittiva, l’esercizio mira a far emergere le sensazioni provate, chiedendo al corsista come si sentiva durante interrogazioni e compiti in classe, come viveva il momento della valutazione, se sentiva di essere stato valutato in modo oggettivo, e quanto tali esperienze avevano influito sulla sua carriera di studente prima e di insegnante in seguito. Al termine, nella fase di socializzazione, facciamo insieme alcune considerazioni su come i modelli negativi di valutazione che hanno conosciuto da studenti siano più o meno inconsciamente perpetuati nella loro pratica d’aula; la consapevolezza di ciò li aiuta a riflettere su cosa la valutazione dovrebbe essere e cosa invece non dovrebbe essere.

Nel corso della mia carriera di studentessa ho avuto alcuni buoni maestri di valutazione, ma molti cattivi maestri. Fra tutti i cattivi maestri, i miei professori di scuola media; fra questi ultimi, la mia professoressa di storia, la signora B.

Le interrogazioni orali erano legate esclusivamente al voto numerico da assegnare a fine trimestre (si era negli anni ’70) e si svolgevano sempre in modo vessatorio ed estremamente soggettivo; e ogni volta che il professore di turno apriva il registro e faceva scorrere il dito sull’elenco dei nomi, in classe il terrore serpeggiava e tutti trattenevamo il fiato. Ma la signora B. aveva escogitato un sistema ancora più raffinato: si era munita di un sacchetto con i numeri della tombola ed estraeva a caso il numero corrispondente al nome elencato sul registro. Ancora ricordo con autentico raccapriccio il rumore dei numeri di legno agitati nel sacchetto e il senso di nausea e di paura legato a quell’esperienza. Inutile dire come si svolgevano le interrogazioni: legate al capriccio e all’umore di quel giorno della professoressa, basate sull’abilità mnemonica, pedanti e umilianti per chi non aveva una preparazione ritenuta adeguata, tutto quello che la valutazione non dovrebbe mai essere. E quello che non dimenticherò mai è l’espressione sadica e compiaciuta della signora B. mentre agitava  i numeri e leggeva la paura sui nostri volti.

E’ stato grazie a questa esperienza negativa che mi sono occupata di valutazione e che, agli inizi del mio lavoro di ricerca, ho intrapreso l’attività di storica dell’educazione. La signora B., che in storia mi reputava insufficiente, ne sarebbe stata dispiaciuta.

Abbiamo una sola strada per vendicarci dei cattivi maestri: comportarci in modo totalmente opposto.

Per chi volesse sapere che fine ha fatto la  signora B. (che all’epoca aveva una trentina d’anni): è viva e ha un profilo su Facebook, sul quale pubblica foto di tramonti rosei, cani amichevoli e nipotini sorridenti. Non insegna più, per nostra fortuna e per la fortuna di quanti, visitando il suo profilo e vedendo le sue foto, non sapranno mai quanto sia stata carogna e di quanta imbecillità didattica sia stata capace.


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Il bestiario dell’e-learning

I convegni, specie quelli organizzati dalle grandi lobbies, possono essere deludenti e per certi aspetti deprimenti, ma hanno il grande vantaggio di rinfrescarci la memoria sulla reale situazione in cui versano determinate aree professionali e del sapere. E’ il caso di Didamatica 2010, che tra alcune perle degne di nota e di interesse ha offerto un panorama squallido ma preciso della percezione dell’e-learning nel nostro paese e e del livello scientifico che accompagna la divulgazione e le pratiche messe in atto nei diversi contesti formativi.

Scrivevo a suo tempo, nel Glossario Isfol, che l’e-learning non è solo “apprendimento elettronico” ma anche e soprattutto  progettazione di ambienti di apprendimento aperti, distribuiti e flessibili, centrati sul soggetto che apprende e basati sull’interazione e e sulla condivisione delle risorse. Una definizione che proprio in quanto definizione appare in parte superata, ma straordinariamente innovativa se consideriamo il tenore di taluni interventi che sono stati presentati nell’ambito delle tre giornate di Didamatica.

Nell’assistere alle relazioni ho così scoperto molte cose. Tra queste: che per imparare il problem solving da oggi c’è una patente ECDL che ne certificherà le capacità grazie all’uso “esperto” di strumenti basati su Excel; che la massima preoccupazione di chi progetta ed eroga e-learning deve essere la rispondenza agli standard SCORM; che i learning objects sono oggetto di un’ontologia e quindi di una riflessione sui massimi sistemi filosofici; che Moodle è lo stato dell’arte dell’e-learning; e, dulcis in fundo, che il monitoraggio della partecipazione in un corso online può assumere inquietanti risvolti polizieschi.

Quest’ultima cosa assume dei risvolti involontariamente comici. In uno dei contributi gli Autori, che con estrema disinvoltura mescolano i concetti di piattaforma, classe virtuale e web 2.0, ipotizzano un sistema di monitoraggio della partecipazione basato sui tracciamenti dei login e su strumenti di analisi delle interazioni con relativa produzione di sociogrammi. Ma, non paghi, si spingono fino a illustrare un dispositivo di rilevazione delle presenze che avverte il docente quando l’allievo rimane inattivo per più di tre minuti di seguito. A questo punto dovrebbe scattare l’applauso: dopo anni di studi seri sulle pratiche valutative delle interazioni in rete, ci si avvia alla conclusione che il migliore riscontro dell’interesse e della presenza è verificare che l’allievo sia incollato alla sedia e con l’occhio bovino fisso alla videolezione snocciolatagli dal docente di turno. Se la cosa non fosse drammaticamente seria ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate: invece no, c’è chi ci crede e che, cosa ancora più preoccupante, trova ascolto e finanziamenti per la produzione e l’uso di periferiche da film di quarta categoria  a imitazione di Arancia Meccanica.

Quella che Gianni Marconato ha definito “demenzialità” assume i contorni allarmanti di un’azione sistematica di distruzione della logica e del buon senso che guidano le pratiche, innovative e non, di chi lavora seriamente sul campo e non si improvvisa esperto né, tantomeno, inquisitore della formazione.

Se volete leggere un Glossario serio dell’e-learning ne potete trovare alcuni in rete; ma se volete dilettarvi a leggere un Bestiario dell’e-learning, scorrete gli atti di Didamatica.


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“Stampami il Forum”

Dopo anni di lavoro nei variegati mondi della formazione tra scuola, università, privati e quant’altro riesco ancora a stupirmi dell’approssimazione e della superficialità con cui sono liquidate le questioni relative alla valutazione dell’e-learning. Già su quest’ultima parola ci sarebbe da ridire: il 90% delle volte, infatti, chi la utilizza lo fa a sproposito, riferendosi alle forme più bieche di trasmissione delle conoscenze del tipo “guarda e deglutisci” dove l’innovazione più spinta e strombazzata è quella che propone oggetti multimediali con tanti effetti speciali e tanta povertà di contenuto.

Ma questo sarebbe il meno. E’ dove si sperimentano forme più vicine all’e-learning propriamente detto che emergono le più spassose interpretazioni di come dovrebbero essere valutati i processi collaborativi che si svolgono in ambienti ormai noti, come forum e wiki. Come molti sanno, la burocrazia che regna negli enti pubblici e nelle università non dà scampo. Assistiamo così all’imposizione di segnare puntualmente su appositi registri delle presenze i tempi di “permanenza” in rete, o all’obbligo di erogare le ore di formazione online esclusivamente dal lunedì al venerdì in orari di ufficio, con buona pace del significato di asincronicità.

Gli esiti più divertenti, però, sono quelli in cui si cerca di risolvere le esigenze formali di una valutazione degli apprendimenti traducendo le forme di interazione sociale, che sono notoriamente reticolari, in documenti cartacei di tipo sequenziale. E’ quanto accade quando si richiede di stampare in formato cartaceo i wiki realizzati sulla piattaforma dal gruppo collaborativo; oppure, cosa ancora più incongruente, l’estrapolazione degli interventi nel forum del singolo studente. Sarebbe utile, a questo punto, spiegare a chi propone assurdità del genere che cos’è un wiki; o più semplicemente, un ipertesto; o meglio ancora, una mappa reticolare; oppure… oppure andare ancora più a monte spiegando che cosa sono i processi di costruzione sociale della conoscenza. E continuare illustrando che cos’è un forum, che cosa significa la ramificazione dei thread, e tutte queste belle cose.

Dubito, però che servirebbe a qualcosa; e mi limiterei a considerare divertente lo straparlare a proposito di ciò che non si conosce, se non fosse che rende completamente vani tutti gli studi e la fatica sulla valutazione delle interazioni e della partecipazione in rete che quotidianamente chi come me si occupa seriamente di e-learning si sobbarca. Il che, francamente, mi fa infuriare.

Vorrei, quindi, non dover sentire più la richiesta “stampami il forum”; e non dover più pensare, mentre mi dò da fare ad argomentare le ragioni per spiegare il mio rifiuto,  “perché non stampi tua sorella”?