CITA non è una scimmia

Google Scholar è uno degli strumenti di cui non riesco più a fare a meno. Oltre a essere una fonte di ricerca per le pubblicazioni scientifiche, fornisce alcune interessanti funzioni, tra cui gli avvisi che mi arrivano sulla casella di posta ogniqualvolta un mio lavoro è citato da altri studiosi o è pubblicato un articolo che ha a che fare con i temi che tratto.

Alcune settimane fa mi arriva, proprio da Google Scholar, un’e-mail che mi avvisa della pubblicazione, da parte della dottoressa Pincopalla dell’Università XYZ, di un articolo sulle tecnologie didattiche. Incuriosita, vado ad aprire l’articolo, perché nella vita c’è sempre da imparare. Scorro velocemente i paragrafi, e alla terza pagina leggo in nota qualcosa che richiama la mia attenzione:

L’accessibilità, come concetto tecnico, ha le sue regole e i suoi parametri, che trovano applicazione soprattutto nel caso di prodotti e servizi web.

La frase mi suona familiare, quindi proseguo:

Il modello WAI […] è al centro di un dibattito scientifico che ne ha messo in luce i punti di debolezza. Kelly, Sloan et al. (2007) considerano controproducente l’approccio tecnologico WAI, il cui principale limite è di essere concepito avendo in mente lo sviluppatore anziché l’utente finale.

Certo che mi suonava familiare: queste cose le ho scritte io, nel 2010 (e sono negli atti del convegno SIEL). Vado quindi a cercare la cercare la mia  citazione nei riferimenti bibliografici: macché, non c’è, in compenso è citato l’articolo di Kelly, Sloan e altri al quale faccio riferimento nel mio testo. Del mio nome neppure l’ombra, eppure sembra evidente che l’Autrice (che io non conosco) abbia attinto al mio lavoro. In più, essendo tra le pochissime persone che si sono occupate nello specifico dell’accessibilità dell’e-learning, e avendo il mio lavoro una visibilità internazionale, l’ipotesi della svista mi appare remota. (N.B. Intenzionalmente non ho linkato l’articolo “incriminato”, ma una semplice ricerca su Google vi restituirà il risultato).

Ora, al di là della pochezza dell’episodio e delle possibili motivazioni alla base dell’omissione, l’esempio che ho fatto è solo il cocuzzolo di un iceberg immenso che naviga nei mari dell’accademia italiana, ossia il plagiarismo. Tale fenomeno si verifica senza soluzione di continuità, a partire dalla mancata citazione di stralci e mozzichi di brani, fino ad arrivare al copia-e-incolla integrale di saggi, tesi di laurea e addirittura libri con tanto di ISBN.

Pare che la pubblicazione sul web abbia amplificato questo fenomeno, e che gli autori della copiatura selvaggia confidino nella loro impunità perché tanto “su Internet tutto è pubblico”. Non è così: anche se un lavoro è pubblicato con licenza Creative Commons – in altre parole, anche se può essere liberamente letto, prelevato e riprodotto senza il pagamento di un guiderdone in moneta sonante, questo non significa che chiunque possa farne carne di porco. La proprietà intellettuale, oltre a dover essere sempre rispettata, è tutelata dalla legge e regolata da norme etiche. Come diceva Umberto Eco, la citazione è un debito che si paga all’autore, e, come aggiungo io, non citare è sinonimo di poveraccismo.

La credibilità scientifica si costruisce a partire da queste (apparentemente) piccole cose. Quindi impariamo a citare, sempre, ogni volta che utilizziamo il lavoro di qualcuno, anche se quel qualcuno non è in cima alla nostra lista personale per l’elezione di mister simpatia.

E, soprattutto: CITA non è una scimmia.

 

 

 

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Jurassic Congress

Dinosauri

Di ritorno da Milano, eccovi le mie impressioni sul VII Congresso Nazionale Sie-l che si è svolto dal 20 al 22 ottobre. Premetto che forse troverete questa nota un po’ troppo simile a quella che a suo tempo scrissi per Didamatica 2010, ma a mia discolpa aggiungo che avrei voluto offrirvi uno spaccato differente.

Ho assistito alle sedute plenarie con un senso di disagio che inizialmente non sapevo ricondurre a un motivo preciso. Poi mi sono resa conto (in ritardo, ma sono un po’ miope…) che al tavolo dei relatori c’erano le stesse facce che avevo visto a Didamatica. Età media: 60-70. Familiarità con le tecnologie: prossima allo zero (si chiama analfabetismo digitale). Successivamente ho realizzato che il principale motivo di disagio era che non si stava parlando di e-learning. Semplicemente, l’e-learning non c’era; e se c’era era di sfondo, come un nebbioso panorama richiamato dai relatori con l’uso del termine – quando non lo chiamavano “formazione a distanza”.

Seduta sulla poltrona rivestita in pelle umana della sala convegni del Politecnico ho cercato di seguire il filo dei discorsi, ma confesso che lo sbadiglio subentrava impietoso. Sembrava uno dei tanti convegni di Confindustria in cui tutti parlano e tu, in sala, capisci le parole ma non riesci a dare un senso compiuto al discorso, un’utilità, un’attinenza con il tema trattato. L’esponente del ministero racconta che nel loro sito hanno aperto uno spazio riservato in cui i funzionari possono andare a prelevare i documenti facendone il download. E il chairman entusiasta commenta: fantastico, quello che fate è e-collaboration, e ci vedo anche molto apprendimento informale! (Confesso che a quel punto mi sono dovuta sforzare per non scoppiare a ridere).

Il referente di uno dei maggiori istituti di ricerca, presente nel 90% dei progetti europei, illustra il suo discorso con noiose slides testuali che non riesce ad aprire confessando candidamente la sua totale estraneità con le tecnologie. Chissà la faccia se anziché fuggire dopo il suo intervento avesse assistito alla presentazione con Prezi fatta il giorno dopo…

Sul programma ho cercato invano i nomi delle persone che in Italia si occupano di e-learning a livello di eccellenza. Tutti o quasi assenti; presenti, in compenso, illustri esponenti dell’intellighenzia accademica e istituzionale, quelli che stanno al vertice della gerarchia mentre gli altri, negli scantinati, fanno ricerca.

Ho fatto la mia relazione proprio in uno scantinato, il luogo dove eravamo relegati, per la maggior parte, noi più “giovani” (???) e meno conosciuti ricercatori, mentre i dirigenti nella sala in pelle umana si vantavano di come il Congresso, bontà loro, fosse aperto alla partecipazione delle nuove generazioni che hanno qualcosa da dire. E’ tra la polvere che ho assistito alle presentazioni più interessanti, ai tentativi di svecchiare e proporre qualcosa di nuovo in un campo che ormai sembra arenarsi sugli scogli dei learning objects. Tutto questo mentre proseguivano le plenarie di chi spacciava per innovazione vecchi residui ammuffiti di pratiche più o meno tecnologiche vecchie come il cucco.

Il panorama è, come al solito, sconsolante. Se consideriamo che questo è uno dei quattro-cinque (forse meno) convegni italiani più importanti sull’e-learning, non è solo sconsolante ma disastroso. E il fatto che le inevitabili ripercussioni con conseguente dibattito su Facebook, con gli interventi dei più noti esperti di e-learning, siano etichettate da uno degli organizzatori come un “tam tam che ingigantisce l’accaduto”, dimostra la sordità e la cecità di chi continua e continuerà a parlarsi addosso sugli scanni dei tavoli dei blasonati relatori.

 

“E-learning and disability”: le slides del mio intervento all’ECTEL 2010 Doctoral Consortium

Il Doctoral Consortium si è svolto parallelamente al Convegno Internazionale EC-TEL 2010 a Barcellona, il 29 settembre 2010. Ecco la presentazione del mio intervento relativo alla mia ricerca di dottorato sull’e-learning accessibile, attualmente in corso presso l’Università Roma Tre.

 

Coltivare comunità di pratiche e comunità di apprendimento. L’intervento di Etienne Wenger a Roma Tre

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In occasione del primo Primo Seminario Internazionale di Pedagogia del Lavoro, organizzato il 3 novembre 2009 dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, Etienne Wenger ha illustrato i concetti fondamentali delle comunità di pratica e il loro ruolo nella società della conoscenza.

Wenger è considerato il pionere degli studi sulle comunità di pratica e il primo ad averne formalizzato il concetto, dando l’avvio a un filone di studi che si muove in una campo interdisciplinare tra scienze dell’educazione, psicologia, tecnologia e antropologia, raccogliendo le suggestioni delle teorie cognitiviste e costruttiviste.

I primi studi di Wenger, infatti, riguardano l’intelligenza artificiale e gli intelligent tutoring systems. Le riflessioni sui processi di apprendimento lo hanno però indotto a considerare insufficienti le spiegazioni cognitiviste, che si limitavano a descrivere il modo in cui avviene l’elaborazione dell’informazione senza addentrarsi nel problema del significato che sta dietro l’informazione stessa e che determina il modo in cui apprendiamo.

A partire da queste riflessioni Wenger ha iniziato a elaborare una teoria su base costruttivista, dove l’apprendimento è un processo di costruzione del significato che avviene in un contesto sociale e comprende quattro dimensioni:

significato: qual è la nostra esperienza?

identità: chi e che cosa diveniamo?

pratica: che cosa facciamo?

comunità: a che contesto apparteniamo?

Apprendimento di un comportamento e crescita personale all’interno di una comunità sono un unico processo; il cambiamento dell’esperienza dei membri della comunità equivale al cambiamo della competenza in seno ad essa. L’appartenenza a una comunità ha inizio quando si capiscono i suoi confini conoscitivi, in pratica le sue “frontiere”; e si può dire di far parte di essa quando si è in grado di contribuire in modo significativo ai suoi saperi introducendo nuovi elementi. Le comunità non sono un’invenzione recente: al contrario, esse costituiscono il fondamento della scienza moderna. E’ tuttavia negli ultimi anni che stiamo assistendo alla loro diffusione consapevole nelle organizzazioni, in uno scenario culturale postfordista.

Attualmente coesistono due tendenze nella diffusione del sapere: verticalizzazione e orizzontalizzazione. La verticalizzazione è basata sulla codificazione, le regole, le istituzioni, i processi di controllo, i repertori competenziali. L’orizzontalizzazione si basa invece sulle comunità e i network, la comunicazione peer-to-peer, la creatività, l’identità personale e i significati personali. In entrambe le tendenze il ruolo delle tecnologie è cruciale; pensiamo, per quanto riguarda l’orizzontalizzazione, all’espressione individuale attraverso i blog, agli strumenti di collaborazione collettiva, ai social network.

Wenger ci lascia con un interrogativo ancora aperto: come può l’educazione rimanere rilevante e utile nel 21° secolo?

La forma piatta dell’e-learning e la vita liquida dell’apprendimento

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Da un paio d’anni a questa parte sono stufa di sentire parlare di e-learning: il solo termine mi dà la pelle d’oca. I motivi sono diversi, primo tra tutti è constatare che il termine è ormai inflazionato e non rispecchia più quello che doveva essere il portato innovativo della formazione in rete rispetto alla formazione a distanza, altrimenti detta FaD. Il mio, tengo a precisarlo, non è snobismo nei confronti di un termine che sta diventando popolare e quasi onnipervasivo, né , tanto meno, il desiderio di coniarne un altro per lucidare a nuovo abiti logori.

A parlare di e-learning oggi si rischia di imbattersi nelle modalità più becere di formazione a distanza: quelle, per intenderci, in cui si erogano contenuti statici in ambienti asfittici, ripetendo le dinamiche usuali nella didattica trasmissiva. I famigerati “WBTfici” nella migliore delle ipotesi. Che dire poi delle piattaforme: tutte uguali, somiglianti a se stesse, diventano un surrogato e sovente una brutta copia dell’aula nel proporre una formazione bidimensionale, appunto da piatta-forma.

Queste e altre cose le sto dicendo da diverso tempo, e quando parlo di complex learning mi riferisco a un modello che sfrutti al meglio le potenzialità degli ambienti di rete, virtuali e non, svincolandosi definitivamente dalla forma piatta delle varie infrastrutture per creare spazi aperti, flessibili e capaci di ibridarsi tra loro. Dove l’ambiente di apprendimento sia ridisegnato da chi lo usa, e l’esperienza di apprendimento non sia limitata nella camera stagna di un luogo predefinito.

Oggi questa esigenza di “liquidità” degli ambienti e delle esperienze di apprendimento si sta concretizzando nella sperimentazione di modelli e iniziative innovative; dopo tanto tempo, per la prima volta non ho più l’impressione di parlare al vento. Un evento, in particolare, segnalato da Gianni Marconato nel suo blog, ha attirato la mia attenzione: si tratta del DULP, il cui acronimo sta a significare:

D per Design Inspired Learning 
U per Ubiquitous Learning 
L per Liquid Learning Places 
P per Person in Place Centred Design  

Ossia:  apprendimento ispirato dalla progettazione; apprendimento ovunque; luoghi di apprendimento liquidi; progettazione con al centro la persona. Il DULP è definito un “nuovo paradigma” dai suoi fondatori; che lo sia o no, è stato sviluppato nell’Università di Roma di Tor Vergata e, nel tempo, ha coinvolto le Università di Catania e Siena e una prima rete di scuole e singoli docenti desiderosi di sperimentare. Il 14 e 15 settembre si terrà il primo evento DULP 2009  all’Università di Tor Vergata, nell’aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

Scrivono i promotori:  Facile prevedere che gli attori dei futuri processi formativi popoleranno nomadicamente spazi fisici sempre più sensibili e responsivi, interagiranno con questi ultimi in maniera estremamente naturale utilizzando i gesti, il parlato, la propria emotività dando sempre meno peso agli aspetti funzionali e vantaggio delle cosiddette “use qualities” a definire “the one’s personal EXPERIENCE”.

Se i risultati saranno pari alle premesse, il futuro prossimo venturo è già arrivato, in forma multidimensionale. E’ ora di uscire dalle due dimensioni dell’e-learning versione “figura piana” e abbracciare un’idea di apprendimento a tutto tondo.

La vera sfida della nostra scuola è la lotta all’ignoranza

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Lo scorso sabato 14 marzo il quotidiano nazionale “Il Messaggero” ha ospitato un articolo, a firma di Giorgio Israel, dal titolo Tornare ai contenuti è la sfida della scuola. In esso l’autore, che prende spunto da una serie di dati sulle insufficienze collezionate dagli scolari e dalla polemica sul voto in condotta,  si lancia in un’appassionata difesa dei contenuti disciplinari, sostenendo che gli insegnanti dovrebbero tornare a studiare i concetti fondanti della loro disciplina, piuttosto che baloccarsi, come è stato negli ultimi decenni, con le metodologie didattiche.

Israel attribuisce il fallimento della scuola odierna a questi due fattori combinati: la crescente ignoranza degli insegnanti riguardo ai contenuti, e la dilagante mania di voler inserire nella loro formazione le competenze didattico-pedagogiche.

Cito testualmente: “Coloro che predicano che tutto va bene, se la cavano dicendo che la colpa è dell’insegnamento “ex-cathedra” e “trasmissivo”. Ma la scuola italiana ha conosciuto fino a una trentina di anni fa soltanto insegnanti formati in modo puramente “trasmissivo” e senza la formazione al “saper insegnare”. Eppure era una delle scuole migliori del mondo. Quindi il ragionamento fa cilecca.”

A questo punto va detto che il professor Israel è anche lui un docente, per la precisione è ordinario di matematica alla Sapienza. Purtroppo per noi, presiede la Commissione per la riforma dei percorsi di formazione per gli insegnanti di scuola primaria e secondaria voluta dal ministro Gelmini. Presumo che, coerentemente a quanto afferma nell’articolo, in aula segua il modello trasmissivo di gentiliana memoria, fedele al celebre concetto che “chi sa, sa insegnare”.  Un modello che già ai tempi di Gentile si era dimostrato obsoleto e che all’epoca rappresentò un’involuzione rispetto ai progressi compiuti dalle nascenti scienze dell’educazione, come dimostrano i molti illustri esempi di didattica attiva nelle scuole italiane dagli inizi del Novecento.

Riportare l’attenzione sui contenuti è senz’altro utile, ma rimango quantomeno perplessa vedendo  questo tentativo di buttare nel secchio tutta la pedagogia e la didattica (che, tra l’altro, forse non tutti lo sanno ma non sono la stessa cosa), prendendosela anche con Morin e con le sue “teste ben fatte”, ridotte da Israel a un ritornello ideologico ripetuto meccanicamente dagli insegnanti (quali?) tutte le mattine. Il tutto mi sembra che denoti una totale ignoranza di che cosa significa saper insegnare e di che cosa sia un processo educativo.

Il professor Israel è sicuramente un esperto nella sua disciplina, ma forse non sa che negli ultimi 30 anni si sono verificate delle trasformazioni nella società: si parla ormai di società della conoscenza e dell’informazione, di apprendimento lungo l’arco della vita, di formazione centrata sul discente. Chi abbia un pur minima coscienza di queste cose non può non rendersi conto che i saperi sono cambiati, che noi siamo cambiati, e che non si può più concepire una scuola come un luogo in cui si trasmettono fiumi di conoscenze ad allievi passivi, magari attraverso un atto di “creazione spirituale” in cui l’insegnante si fonde con l’allievo.

La vera sfida della scuola, allora, è la lotta contro queste forme di ignoranza e contro chi vorrebbe mistificare le vere cause del degrado della scuola, che non sono certamente da attribuirsi all’esistenza della didattica ma magari andrebbero cercate nella sistematica distruzione operata da certe riforme di centrodestra.


Fahrenheit 2008

L’editoriale del numero di novembre di “Le Scienze” è dedicato alla difficile situazione in cui versano l’Università e la ricerca, con i tagli causati dall’ultima Finanziaria e il decreto – ora proposta di legge – che in questi giorni il ministro Gelmini e il governo stanno tentando di far passare tra le proteste unanimi di tutti gli atenei italiani.
Scrive a pagina 11 Enrico Bellone: “…l’Italia scientifica non riesce ad essere autorevole a livello internazionale. Non ci riesce perché, durante il Novecento, non ha saputo esprimere quei principi secondo i quali, nelle nazioni moderne, merita rispetto colui che esercita il mestiere di capire i fenomeni naturali. Altri criteri si sono invece imposti: la norma secondo cui la scienza non è una forma culturale ma è una tecnica,
l’opinione di qualche filosofo che vede nella tecnica la radice dell’alienazione dell’uomo, l’idea diffusa secondo cui spetta alla politica e alla religione il compito di decidere quali linee di ricerca vadano perseguite e quali invece debbano essere abbandonate”.

E’ esattamente lo spirito con cui questo governo, procedendo su una strada già avviata purtroppo da diversi anni, vuole mettere a tacere la libertà di ricerca e la scienza, condannandole entrambe a morte e destinando il nostro paese al crollo economico e culturale. L’inchiesta di Raitre “W la ricercadel 2006 ci ha mostrato uno scorcio della realtà della ricerca italiana confrontata con quella di altri paesi europei, spiegando i motivi che spingono i nostri scienziati e ricercatori ad andarsene all’estero per poter svolgere il proprio lavoro. Questo dissanguamento sta continuando e si aggrava grazie ai provvedimenti ottusi di un governo che stanzia fondi per salvare l’ippica ma taglia gli investimenti per la ricerca, per l’istruzione e per la cultura. Se il disegno di legge passerà, andremo incontro a scenari catastrofici in cui le università pubbliche saranno costrette a chiudere, la ricerca pura sparirà lasciando il posto unicamente alle applicazioni di immediata ricaduta economica in campo tecnico, potranno sopravvivere soltanto gli atenei privati finanziati dalle banche e dai tycoon dell’informazione (uno a caso?), senza contare il disastro già perpetrato nei confronti del sistema di istruzione, ormai avviato verso la privatizzazione e l’elitarismo. Un quadro sufficientemente preoccupante ce lo dà Aldo Giannuli, docente di storia contemporanea all’Università di MIlano.

Leggo ancora da “Le Scienze”, dall’articolo di Roberto Battiston a pagina 31, uno stralcio sulle cause a monte del mancato nobel per la fisica agli scienziati italiani: tra i fattori indicati sta lo “scarso sostegno dato ai connazionali nelle segnalazioni al comitato Nobel dalla comunità italiana e “la distanza culturale, per non dire ignoranza, della politica e del mondo produttivo nei confronti del mondo della ricerca e dell’Università e viceversa”. Qui la parola chiave è ignoranza: tagliare i finanziamenti alla scuola, all’università e alla ricerca è indice di diffidenza nei confronti del sapere e della conoscenza, una diffidenza che può venire solo da governanti ignoranti, che non esitano a gettare nel “rogo” dei decreti e delle finanziarie la scienza, il libero pensiero, la libera ricerca, la cultura, tutte cose che fanno paura e che devono essere controllate dall’alto, imponendo un modello mediatico di sottocultura becera e irreggimentata.

Ancora, un’ultima citazione, stavolta dal discorso di Obama a a Denver (settembre 2008) a proposito dell’educazione:
“Siamo un Paese che ha sempre reinventato il suo sistema educativo per venire incontro ai cambiamenti di una nuova epoca. Generazioni di leader hanno costruito il loro mandato sulla scuola pubblica per preparare gli studenti ai cambiamenti che investivano il Paese. Eisenhower raddoppiò gli stanziamenti federali nella educazione dopo che i Sovietici ci avevano preceduto nello spazio.
(…)
Non va bene che prepariamo i nostri insegnanti, i nostri presidi e le nostre scuole a raggiungere obiettivi ambiziosi senza dargli le risorse che gli permetterebbero di farlo. E’ sbagliato promettere insegnanti qualificati in ogni classe quando poi la questione della loro paga viene lasciata irrisolta. E per favore, non ci venite a raccontare che il solo modo di insegnare ai ragazzi è quello di prepararli durante l’anno ad affrontare una serie di test standardizzati, perché questo inibirebbe la ricerca, l’indagine scientifica, le attitudini di problem solving di cui hanno bisogno i nostri ragazzi per competere nella economia della conoscenza del XXI secolo.
(…)
Abbiamo bisogno di una nuova visione per l’educazione nel XXI secolo. In cui non dovremo solo dare sostegno alle scuole che già esistono, ma aumentare l’innovazione; non cercare solo più denaro, ma chiedere più riforme; far prendere coscienza ai genitori della responsabilità che hanno nel successo dei loro figli; reclutare, formare e premiare un nuovo esercito di insegnanti, che rendano lo studio qualcosa di  eccitante per i ragazzi, in modo che questi ultimi si sentano davvero protagonisti della scuola del futuro; e infine dovremo aspettarci di dare ai nostri figli non solo il diploma liceale ma anche una laurea e quindi un lavoro pagato bene”.

Non credo ci sia bisogno di commenti.