Il ritorno dei medici educatori

La nascita della pedagogia scientifica risale alla fine dell’Ottocento: è in quest’epoca che si assiste all’apparire di una nuova disciplina, la pedologia, intesa come studio scientifico del bambino (il termine sarà gradualmente sostituito con quello di pedagogia sperimentale).
Sono anni, questi, in cui la pedagogia è il risultato della collaborazione tra medici, insegnanti e antropologi. Non a caso molti dei pionieri dell’educazione sono medici: da qui il nome di “medici educatori” per questi studiosi che si occupano dei temi dell’igiene, della salute e dell’educazione infantile.

Nel 1895 lo psicologo e antropologo Giuseppe Sergi propone l’uso nelle scuole della carta biografica, un documento nel quale sono annotati i dati di carattere fisico, psicologico e sociale degli alunni e che rappresenta il primo tentativo organico di raccogliere e interpretare i dati per mezzo di strumenti adeguati. Attraverso la carta biografica si vogliono osservare i fenomeni complessi legati ai processi di sviluppo e di educazione per poter mettere a punto adeguate azioni formative.

Sergi fonda a Roma, nel 1882, il primo laboratorio di psicologia, che precede di qualche anno il laboratorio che sarà fondato dal medico Sante De Sanctis. Quest’ultimo è il fondatore della neuropsichiatria infantile, e si occupa dello studio dell’ambiente e della sua influenza sulle malattie psichiche dei bambini, per poter lavorare su strategie di recupero. Tra i medici educatori il nome più famoso è quello di Maria Montessori, prima donna in Italia a laurearsi in medicina e ideatrice di un metodo pedagogico che ancora oggi è applicato in tutto il mondo.

Il comune denominatore dei medici educatori è l’idea che i metodi didattici utilizzati per insegnare ai bambini con disabilità possano essere applicati con efficacia anche ai normodotati; lo stesso metodo Montessori, infatti, era stato inizialmente usato per educare i bambini che avevano un ritardo nello sviluppo psicofisico. Il concetto di fondo è che, in accordo con il paradigma del Positivismo, tutti gli individui possano essere educati per farne dei cittadini autonomi che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo della società.

Oggi, dopo oltre un secolo di sviluppo della pedagogia e delle scienze dell’educazione, assistiamo a un ritorno in auge dei medici educatori: ne sono un esempio i pediatri che hanno recentemente sostenuto l’inutilità dell’insegnamento della scrittura corsiva nella scuola primaria, e ne è una conferma il recente passaggio del corso di laurea in Scienze dell’Educazione dell’Università La Sapienza dalla facoltà di Lettere a quella di Medicina. Ma quanto a fine Ottocento era innovativo, oggi appare anacronistico in un modo imbarazzante.

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Vi mostriamo l’evoluzione

darwin

Nel 2009 ricorrono due importanti anniversari: il secondo bicentenario della nascita di Charles Darwin e i 150 anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie. In tutto il mondo sono state organizzate diverse iniziative per celebrare la doppia ricorrenza; in Italia è stata allestita una mostra itinerante, Darwin 1809-2009, che si sposterà da Roma a Milano e infine a Bari. La mostra è stata organizzata nel 2005 dall’American Museum of Natural History di New York e prima di arrivare nel nostro paese ha fatto tappa in diverse capitali straniere. E’ curata da uno dei massimi evoluzionisti contemporanei, Niles Eldredge, coadiuvato dal collega Ian Tattersall e, per l’edizione italiana, da Telmo Pievani.

Il percorso della mostra è ricco di suggestioni e di installazioni e ricostruisce il percorso intellettuale del naturalista inglese, partendo dalla passione per l’entomologia già dimostrata negli anni giovanili.  Un’ampia parte di essa è dedicata al viaggio sul Beagle, durato 5 anni, e alle scoperte che Darwin fece nelle sue esplorazioni dei continenti. Possiamo così osservare gli esemplari animali e vegetali che osservò nel suo itinerario, sotto forma di tassidermie, fossili, scheletri, disegni e appunti riportati nei famosi taccuini; non mancano alcuni animali vivi, come armadilli, iguane e rane.

Chi si trova nelle tre città italiane in cui ha luogo la mostra o nei loro paraggi, non si faccia mancare l’occasione di visitarla: è l’opportunità di immergersi in una storia appassionante, rivivendo il percorso umano e intellettuale di un uomo che ha segnato una tappa fondamentale nella storia della scienza contemporanea.  La mostra Darwin 1809-2009 si svolgerà a Roma dal 12 febbraio al 3 maggio; a Milano dal 24 giugno al 25 ottobre; a Bari da novembre a marzo 2010.

Tra le altre iniziative per l’anniversario darwiniano vanno segnalate diverse pubblicazioni edite in questi ultimi mesi, a dimostrazione di come la teoria dell’evoluzione sia più che mai attuale (alla faccia di tutti i creazionisti che vorrebbero impedirne la diffusione, nelle scuole  e fuori). Tra di esse il numero speciali della rivista “Le Scienze” (febbraio 2009), con una panoramica sulla teoria evoluzionista e suoi suoi sviluppi; e l’ultimo libro di Piergiorgio Odifreddi, In principio era Darwin (Milano, Longanesi, 2009), che nel suo consueto stile documentato e gradevole ci racconta la vita di Darwin e ci mette in guardia contro gli oscurantisti che vorrebbero mettere a tacere la scienza, e che periodicamente, purtroppo, tornano alla ribalta, come la Moratti che alcuni anni fa tentò di cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici.

Fahrenheit 2008

L’editoriale del numero di novembre di “Le Scienze” è dedicato alla difficile situazione in cui versano l’Università e la ricerca, con i tagli causati dall’ultima Finanziaria e il decreto – ora proposta di legge – che in questi giorni il ministro Gelmini e il governo stanno tentando di far passare tra le proteste unanimi di tutti gli atenei italiani.
Scrive a pagina 11 Enrico Bellone: “…l’Italia scientifica non riesce ad essere autorevole a livello internazionale. Non ci riesce perché, durante il Novecento, non ha saputo esprimere quei principi secondo i quali, nelle nazioni moderne, merita rispetto colui che esercita il mestiere di capire i fenomeni naturali. Altri criteri si sono invece imposti: la norma secondo cui la scienza non è una forma culturale ma è una tecnica,
l’opinione di qualche filosofo che vede nella tecnica la radice dell’alienazione dell’uomo, l’idea diffusa secondo cui spetta alla politica e alla religione il compito di decidere quali linee di ricerca vadano perseguite e quali invece debbano essere abbandonate”.

E’ esattamente lo spirito con cui questo governo, procedendo su una strada già avviata purtroppo da diversi anni, vuole mettere a tacere la libertà di ricerca e la scienza, condannandole entrambe a morte e destinando il nostro paese al crollo economico e culturale. L’inchiesta di Raitre “W la ricercadel 2006 ci ha mostrato uno scorcio della realtà della ricerca italiana confrontata con quella di altri paesi europei, spiegando i motivi che spingono i nostri scienziati e ricercatori ad andarsene all’estero per poter svolgere il proprio lavoro. Questo dissanguamento sta continuando e si aggrava grazie ai provvedimenti ottusi di un governo che stanzia fondi per salvare l’ippica ma taglia gli investimenti per la ricerca, per l’istruzione e per la cultura. Se il disegno di legge passerà, andremo incontro a scenari catastrofici in cui le università pubbliche saranno costrette a chiudere, la ricerca pura sparirà lasciando il posto unicamente alle applicazioni di immediata ricaduta economica in campo tecnico, potranno sopravvivere soltanto gli atenei privati finanziati dalle banche e dai tycoon dell’informazione (uno a caso?), senza contare il disastro già perpetrato nei confronti del sistema di istruzione, ormai avviato verso la privatizzazione e l’elitarismo. Un quadro sufficientemente preoccupante ce lo dà Aldo Giannuli, docente di storia contemporanea all’Università di MIlano.

Leggo ancora da “Le Scienze”, dall’articolo di Roberto Battiston a pagina 31, uno stralcio sulle cause a monte del mancato nobel per la fisica agli scienziati italiani: tra i fattori indicati sta lo “scarso sostegno dato ai connazionali nelle segnalazioni al comitato Nobel dalla comunità italiana e “la distanza culturale, per non dire ignoranza, della politica e del mondo produttivo nei confronti del mondo della ricerca e dell’Università e viceversa”. Qui la parola chiave è ignoranza: tagliare i finanziamenti alla scuola, all’università e alla ricerca è indice di diffidenza nei confronti del sapere e della conoscenza, una diffidenza che può venire solo da governanti ignoranti, che non esitano a gettare nel “rogo” dei decreti e delle finanziarie la scienza, il libero pensiero, la libera ricerca, la cultura, tutte cose che fanno paura e che devono essere controllate dall’alto, imponendo un modello mediatico di sottocultura becera e irreggimentata.

Ancora, un’ultima citazione, stavolta dal discorso di Obama a a Denver (settembre 2008) a proposito dell’educazione:
“Siamo un Paese che ha sempre reinventato il suo sistema educativo per venire incontro ai cambiamenti di una nuova epoca. Generazioni di leader hanno costruito il loro mandato sulla scuola pubblica per preparare gli studenti ai cambiamenti che investivano il Paese. Eisenhower raddoppiò gli stanziamenti federali nella educazione dopo che i Sovietici ci avevano preceduto nello spazio.
(…)
Non va bene che prepariamo i nostri insegnanti, i nostri presidi e le nostre scuole a raggiungere obiettivi ambiziosi senza dargli le risorse che gli permetterebbero di farlo. E’ sbagliato promettere insegnanti qualificati in ogni classe quando poi la questione della loro paga viene lasciata irrisolta. E per favore, non ci venite a raccontare che il solo modo di insegnare ai ragazzi è quello di prepararli durante l’anno ad affrontare una serie di test standardizzati, perché questo inibirebbe la ricerca, l’indagine scientifica, le attitudini di problem solving di cui hanno bisogno i nostri ragazzi per competere nella economia della conoscenza del XXI secolo.
(…)
Abbiamo bisogno di una nuova visione per l’educazione nel XXI secolo. In cui non dovremo solo dare sostegno alle scuole che già esistono, ma aumentare l’innovazione; non cercare solo più denaro, ma chiedere più riforme; far prendere coscienza ai genitori della responsabilità che hanno nel successo dei loro figli; reclutare, formare e premiare un nuovo esercito di insegnanti, che rendano lo studio qualcosa di  eccitante per i ragazzi, in modo che questi ultimi si sentano davvero protagonisti della scuola del futuro; e infine dovremo aspettarci di dare ai nostri figli non solo il diploma liceale ma anche una laurea e quindi un lavoro pagato bene”.

Non credo ci sia bisogno di commenti.