Il bestiario dell’e-learning

I convegni, specie quelli organizzati dalle grandi lobbies, possono essere deludenti e per certi aspetti deprimenti, ma hanno il grande vantaggio di rinfrescarci la memoria sulla reale situazione in cui versano determinate aree professionali e del sapere. E’ il caso di Didamatica 2010, che tra alcune perle degne di nota e di interesse ha offerto un panorama squallido ma preciso della percezione dell’e-learning nel nostro paese e e del livello scientifico che accompagna la divulgazione e le pratiche messe in atto nei diversi contesti formativi.

Scrivevo a suo tempo, nel Glossario Isfol, che l’e-learning non è solo “apprendimento elettronico” ma anche e soprattutto  progettazione di ambienti di apprendimento aperti, distribuiti e flessibili, centrati sul soggetto che apprende e basati sull’interazione e e sulla condivisione delle risorse. Una definizione che proprio in quanto definizione appare in parte superata, ma straordinariamente innovativa se consideriamo il tenore di taluni interventi che sono stati presentati nell’ambito delle tre giornate di Didamatica.

Nell’assistere alle relazioni ho così scoperto molte cose. Tra queste: che per imparare il problem solving da oggi c’è una patente ECDL che ne certificherà le capacità grazie all’uso “esperto” di strumenti basati su Excel; che la massima preoccupazione di chi progetta ed eroga e-learning deve essere la rispondenza agli standard SCORM; che i learning objects sono oggetto di un’ontologia e quindi di una riflessione sui massimi sistemi filosofici; che Moodle è lo stato dell’arte dell’e-learning; e, dulcis in fundo, che il monitoraggio della partecipazione in un corso online può assumere inquietanti risvolti polizieschi.

Quest’ultima cosa assume dei risvolti involontariamente comici. In uno dei contributi gli Autori, che con estrema disinvoltura mescolano i concetti di piattaforma, classe virtuale e web 2.0, ipotizzano un sistema di monitoraggio della partecipazione basato sui tracciamenti dei login e su strumenti di analisi delle interazioni con relativa produzione di sociogrammi. Ma, non paghi, si spingono fino a illustrare un dispositivo di rilevazione delle presenze che avverte il docente quando l’allievo rimane inattivo per più di tre minuti di seguito. A questo punto dovrebbe scattare l’applauso: dopo anni di studi seri sulle pratiche valutative delle interazioni in rete, ci si avvia alla conclusione che il migliore riscontro dell’interesse e della presenza è verificare che l’allievo sia incollato alla sedia e con l’occhio bovino fisso alla videolezione snocciolatagli dal docente di turno. Se la cosa non fosse drammaticamente seria ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate: invece no, c’è chi ci crede e che, cosa ancora più preoccupante, trova ascolto e finanziamenti per la produzione e l’uso di periferiche da film di quarta categoria  a imitazione di Arancia Meccanica.

Quella che Gianni Marconato ha definito “demenzialità” assume i contorni allarmanti di un’azione sistematica di distruzione della logica e del buon senso che guidano le pratiche, innovative e non, di chi lavora seriamente sul campo e non si improvvisa esperto né, tantomeno, inquisitore della formazione.

Se volete leggere un Glossario serio dell’e-learning ne potete trovare alcuni in rete; ma se volete dilettarvi a leggere un Bestiario dell’e-learning, scorrete gli atti di Didamatica.

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La forma piatta dell’e-learning e la vita liquida dell’apprendimento

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Da un paio d’anni a questa parte sono stufa di sentire parlare di e-learning: il solo termine mi dà la pelle d’oca. I motivi sono diversi, primo tra tutti è constatare che il termine è ormai inflazionato e non rispecchia più quello che doveva essere il portato innovativo della formazione in rete rispetto alla formazione a distanza, altrimenti detta FaD. Il mio, tengo a precisarlo, non è snobismo nei confronti di un termine che sta diventando popolare e quasi onnipervasivo, né , tanto meno, il desiderio di coniarne un altro per lucidare a nuovo abiti logori.

A parlare di e-learning oggi si rischia di imbattersi nelle modalità più becere di formazione a distanza: quelle, per intenderci, in cui si erogano contenuti statici in ambienti asfittici, ripetendo le dinamiche usuali nella didattica trasmissiva. I famigerati “WBTfici” nella migliore delle ipotesi. Che dire poi delle piattaforme: tutte uguali, somiglianti a se stesse, diventano un surrogato e sovente una brutta copia dell’aula nel proporre una formazione bidimensionale, appunto da piatta-forma.

Queste e altre cose le sto dicendo da diverso tempo, e quando parlo di complex learning mi riferisco a un modello che sfrutti al meglio le potenzialità degli ambienti di rete, virtuali e non, svincolandosi definitivamente dalla forma piatta delle varie infrastrutture per creare spazi aperti, flessibili e capaci di ibridarsi tra loro. Dove l’ambiente di apprendimento sia ridisegnato da chi lo usa, e l’esperienza di apprendimento non sia limitata nella camera stagna di un luogo predefinito.

Oggi questa esigenza di “liquidità” degli ambienti e delle esperienze di apprendimento si sta concretizzando nella sperimentazione di modelli e iniziative innovative; dopo tanto tempo, per la prima volta non ho più l’impressione di parlare al vento. Un evento, in particolare, segnalato da Gianni Marconato nel suo blog, ha attirato la mia attenzione: si tratta del DULP, il cui acronimo sta a significare:

D per Design Inspired Learning 
U per Ubiquitous Learning 
L per Liquid Learning Places 
P per Person in Place Centred Design  

Ossia:  apprendimento ispirato dalla progettazione; apprendimento ovunque; luoghi di apprendimento liquidi; progettazione con al centro la persona. Il DULP è definito un “nuovo paradigma” dai suoi fondatori; che lo sia o no, è stato sviluppato nell’Università di Roma di Tor Vergata e, nel tempo, ha coinvolto le Università di Catania e Siena e una prima rete di scuole e singoli docenti desiderosi di sperimentare. Il 14 e 15 settembre si terrà il primo evento DULP 2009  all’Università di Tor Vergata, nell’aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

Scrivono i promotori:  Facile prevedere che gli attori dei futuri processi formativi popoleranno nomadicamente spazi fisici sempre più sensibili e responsivi, interagiranno con questi ultimi in maniera estremamente naturale utilizzando i gesti, il parlato, la propria emotività dando sempre meno peso agli aspetti funzionali e vantaggio delle cosiddette “use qualities” a definire “the one’s personal EXPERIENCE”.

Se i risultati saranno pari alle premesse, il futuro prossimo venturo è già arrivato, in forma multidimensionale. E’ ora di uscire dalle due dimensioni dell’e-learning versione “figura piana” e abbracciare un’idea di apprendimento a tutto tondo.