IL BLOG DI ELEONORA GUGLIELMAN

Uno spazio dedicato alla formazione, l'apprendimento e le tecnologie di rete


1 Commento

Digitofobia

Magnus-(Gold-Key)-015-01fcPare che negli ultimi tempi l’Italia stia facendo di tutto pur di perdere il treno dell’innovazione e piazzarsi agli ultimi posti della classifica mondiale. A partire dalla webtax, lampante esempio di imbecillità fiscale (e per di più contraria alle norme comunitarie) al centro di un uragano di proteste in rete, per passare alla proposta di una tassa su smartphone, pc o tablet nella “presunzione di reato” per i possessori che potrebbero fare copie illegali di materiale sottoposto a copyright, fino all’incentivazione di libri cartacei a scapito degli e-book; e non sono che pochi esempi.

Ma l’ultima illuminante puntata di questa drammatica soap è arrivata proprio dal ministro dell’Istruzione Carrozza, che parlando di “educazione digitale” sostiene che nell’epoca dei nativi digitali non ha senso considerarla una disciplina vera e propria ma è sufficiente limitarsi a farla entrare trasversalmente nei programmi, come l’educazione civica.

Ora, premesso che  quello dei nativi digitali è un costrutto astratto che non trova fondamento nella realtà (e ce lo spiega in modo breve e molto efficace Stefano Epifani nel suo blog) e che nelle scuole l’educazione civica di fatto non è insegnata, vorrei soffermarmi sul significato dell’espressione “educazione digitale”, che, usata così, non ha molto senso. Intanto sarebbe il caso di iniziare a utilizzare i termini adeguati, se ci occupiamo di scuola, formazione e istruzione: e, in questo caso, l’espressione corretta è “competenza digitale”. Forse per i non addetti ai lavori non fa molta differenza, ma visto che un ministro dovrebbe conoscere almeno i concetti di base del proprio lavoro, e considerando che ci sono esperti e specialisti che da anni nella Commissione Europea si sbattono per definire, chiarire e diffondere il concetto di “competenza”, magari è il caso di andare a vedere cosa significa.

Un giretto in rete di qualche minuto consente di verificare che già dal 2001 a livello Europeo si parla di “Competenze Chiave”, e che nel 2006 è stata pubblicata una Raccomandazione nella quale si identificano otto Competenze Chiave per l’apprendimento permanente. Tre osservazioni: intanto “competenza” è una combinazione di conoscenze, capacità a attitudini agita in un contesto; poi, le otto Competenze Chiave sono necessarie per l’autorealizzazione, lo sviluppo, l’inclusione sociale, la cittadinanza attiva e l’occupazione e come tali dovrebbero essere acquisite da tutti; terza osservazione, toh! guarda un po’: tra le Competenze Chiave c’è la competenza digitale.

Leggendo i documenti comunitari che fanno seguito alla Raccomandazione dovrebbe essere chiaro che il concetto di “competenza” è multidimensionale e differente da quello di “educazione a”: implica l’acquisizione di padronanza, il saper agire e trasferire questo sapere in contesti diversi, esercitare senso critico, saper risolvere problemi. Prendiamo la competenza digitale: non si tratta solo di acquisire un’alfabetizzazione e familiarizzione con le tecnologie (ossia il livello literacy ) ma “saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione” ed è supportata dalle “da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet”

Ora, presumere che l’acquisizione di queste capacità tutt’altro che banali passi per una semplice infarinatura di nozioni infilate in maniera trasversale nelle altre discipline e che la sola frequentazione del web e dei social networks crei in automatico “esperti” del digitale, significa non avere la minima idea di cosa si sta parlando. Che la competenza digitale sia trasversale è vero, ma è altrettanto vero che si tratta di un vero e proprio ambito disciplinare all’interno del quale lavorano professionisti che hanno alle spalle studi e pratiche. Non ci si improvvisa esperti del digitale e neppure “innovatori”.

Il JRC, Joint Research Centre della Commissione Europea, ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio durato 3 anni per la definizione della competenza digitale e delle sue componenti e lo sviluppo di un modello per la sua valutazione; il tutto all’interno delle priorità dell’Agenda Digitale. European Schoolnet, un network Europeo che unisce 30 ministeri dell’educazione (e sì, anche il nostro) ha in corso il progetto KeyCoNet per introdurre le Competenze Chiave (e quindi anche la competenza digitale) a livello di curriculum in tutte le scuole europee. Il progetto europeo VINTAGE sta sviluppando uno strumento (guardacaso) online per l’autovalutazione delle Competenze Chiave, il cui primo prototipo è stato testato proprio per la competenza digitale. Da questi studi emerge il livello estremamente complesso della competenza digitale, che evidentemente non può consistere semplicemente nel saper usare strumenti tecnologici e non può essere limitata a un semplice “mezzo” per apprendere le altre materie. Basti pensare alle componenti della competenza digitale, estremamente eterogenee: saper cercare, valutare e archiviare le informazioni; saper comunicare, interagire e collaborare; saper creare contenuti e gestirne i diritti; saper proteggere identità e dati personali; saper risolvere problemi. Ciascuno di essi richiede una formazione specifica e non raffazzonata. Tutta la competenza digitale, nella sua globalità, è necessaria per abitare non solo il mondo digitale ma anche quello reale, quello fatto di smartphone, bancomat, elettrodomestici, servizi online per acquistare, pagare, leggere, conoscere, comunicare, consultare, iscriversi a scuola, studiare e lavorare.

E l’Italia? Pare che il nostro paese soffra di una diffusa fobia del digitale, la stessa che spinge assessori all’istruzione a staccare il wi-fi nelle scuole nella convinzione che sia dannoso. Propongo che siano i decisori politici i primi a seguire questo percorso di formazione, a iniziare dai concetti fondamentali. Forse l’Italia invertirebbe il moto retrogrado che la sta connotando come uno dei paesi digitalmente più arretrati e digitofobi d’Europa e del mondo.