La vera sfida della nostra scuola è la lotta all’ignoranza

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Lo scorso sabato 14 marzo il quotidiano nazionale “Il Messaggero” ha ospitato un articolo, a firma di Giorgio Israel, dal titolo Tornare ai contenuti è la sfida della scuola. In esso l’autore, che prende spunto da una serie di dati sulle insufficienze collezionate dagli scolari e dalla polemica sul voto in condotta,  si lancia in un’appassionata difesa dei contenuti disciplinari, sostenendo che gli insegnanti dovrebbero tornare a studiare i concetti fondanti della loro disciplina, piuttosto che baloccarsi, come è stato negli ultimi decenni, con le metodologie didattiche.

Israel attribuisce il fallimento della scuola odierna a questi due fattori combinati: la crescente ignoranza degli insegnanti riguardo ai contenuti, e la dilagante mania di voler inserire nella loro formazione le competenze didattico-pedagogiche.

Cito testualmente: “Coloro che predicano che tutto va bene, se la cavano dicendo che la colpa è dell’insegnamento “ex-cathedra” e “trasmissivo”. Ma la scuola italiana ha conosciuto fino a una trentina di anni fa soltanto insegnanti formati in modo puramente “trasmissivo” e senza la formazione al “saper insegnare”. Eppure era una delle scuole migliori del mondo. Quindi il ragionamento fa cilecca.”

A questo punto va detto che il professor Israel è anche lui un docente, per la precisione è ordinario di matematica alla Sapienza. Purtroppo per noi, presiede la Commissione per la riforma dei percorsi di formazione per gli insegnanti di scuola primaria e secondaria voluta dal ministro Gelmini. Presumo che, coerentemente a quanto afferma nell’articolo, in aula segua il modello trasmissivo di gentiliana memoria, fedele al celebre concetto che “chi sa, sa insegnare”.  Un modello che già ai tempi di Gentile si era dimostrato obsoleto e che all’epoca rappresentò un’involuzione rispetto ai progressi compiuti dalle nascenti scienze dell’educazione, come dimostrano i molti illustri esempi di didattica attiva nelle scuole italiane dagli inizi del Novecento.

Riportare l’attenzione sui contenuti è senz’altro utile, ma rimango quantomeno perplessa vedendo  questo tentativo di buttare nel secchio tutta la pedagogia e la didattica (che, tra l’altro, forse non tutti lo sanno ma non sono la stessa cosa), prendendosela anche con Morin e con le sue “teste ben fatte”, ridotte da Israel a un ritornello ideologico ripetuto meccanicamente dagli insegnanti (quali?) tutte le mattine. Il tutto mi sembra che denoti una totale ignoranza di che cosa significa saper insegnare e di che cosa sia un processo educativo.

Il professor Israel è sicuramente un esperto nella sua disciplina, ma forse non sa che negli ultimi 30 anni si sono verificate delle trasformazioni nella società: si parla ormai di società della conoscenza e dell’informazione, di apprendimento lungo l’arco della vita, di formazione centrata sul discente. Chi abbia un pur minima coscienza di queste cose non può non rendersi conto che i saperi sono cambiati, che noi siamo cambiati, e che non si può più concepire una scuola come un luogo in cui si trasmettono fiumi di conoscenze ad allievi passivi, magari attraverso un atto di “creazione spirituale” in cui l’insegnante si fonde con l’allievo.

La vera sfida della scuola, allora, è la lotta contro queste forme di ignoranza e contro chi vorrebbe mistificare le vere cause del degrado della scuola, che non sono certamente da attribuirsi all’esistenza della didattica ma magari andrebbero cercate nella sistematica distruzione operata da certe riforme di centrodestra.


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