IL BLOG DI ELEONORA GUGLIELMAN

Uno spazio dedicato alla formazione, l'apprendimento e le tecnologie di rete


Lascia un commento

Gratis et amore Dei

Tra le tante perle che mi sono capitate in termini di richieste di prestazioni professionali a fronte di retribuzione nulla, ecco l’ultima.

La persona mi contatta via social media. Una mail complimentosa, in cui mi espone con entusiasmo un suo progetto proponendomi di farne parte. Si tratta, naturalmente, di un progetto attinente al campo in cui lavoro; leggo la mail. Esordisce con “stiamo realizzando una nuova piattaforma digitale”. Mmmh, ecco la prima parola falsa – “piattaforma“, che rievoca in me scenari anni ’90 e vari WBT-fici. Proseguo: una vera novità, con classi digitali (?), videolezioni (ah! beh!) e perfino il registro digitale (e qui credo di avere il primo singulto di riso).

Provo a immaginare cosa mai di innovativo può avere un ambiente del genere (ma la persona ha mai sentito parlare di Moodle?…ma anche di Edmodo o Schoology, tanto per dire. o dei MOOC), e malgrado sia tentata di cestinare la proposta decido di offrirgli una possibilità. Cerco un sito, una traccia, una presenza in rete del progetto: nulla (depone già molto male, eh).  Allora scrivo. “Gentile ***,  mi piacerebbe  avere maggiori chiarimenti su ciò che lei considera “innovativo”, dal momento che ormai da molto tempo la mia pratica di formazione online è orientata  verso l’ibridazione di ambienti e strumenti di apprendimento, dinamiche conversazionali e connettiviste” (lo capirà? boh, intanto invio). Gli chiedo anche quale sarebbe il mio ruolo nel progetto e come dovrei essere coinvolta (hai letto il mio curriculum? sai chi sono? e soprattutto, intendi pagarmi?).

La risposta giunge rapida e cordiale: grazie di essere disponibile ecc. (salamelecchi vari), lei dovrebbe testare la piattaforma, ecc. (roboante descrizione del progetto e della grandiosa comunità mondiale di esperti che partecipa ecc. ecc.). Mi invita a parlarne con lui in videoconferenza per spiegarmi meglio il concetto.

Io non ho tempo da perdere in videoconferenze. Non ho tempo da perdere in alcunché non direttamente finalizzato al mio lavoro, e il mio lavoro si paga perché mi costa in termini di tempo, energie, fatica e discrete rotture di scatole. Sul gratis et amore Dei, mi spiace ma ho già dato.

Taglio corto. “Buongiorno, mi invii una proposta economica assieme a una proiezione della tempistica, per poter valutare se prendere parte al progetto”.

Ohè, non si è più visto né sentito.

Benvenuti nel fantastico mondo dei consulenti.

vignetta


Lascia un commento

L’e-learning accessibile: presentazione finale della ricerca

Ancora slides, sì: questa volta sono quelle conclusive, con le quali ho presentato la mia ricerca in sede di discussione della tesi di dottorato.

Temi, finalità, presupposti teorici, metodologia e risultati in una ventina di slides che illustrano il mio percorso di lavoro durato tre anni.

Desidero ringraziare tutte le persone che mi hanno dato aiuto e supporto partecipando all’indagine e fornendo risorse e suggerimenti preziosi.

Ringrazio anche le persone che non hanno potuto partecipare o aiutarmi ma che mi sono state comunque vicine e mi hanno incoraggiata nella ricerca.

Infine, un ringraziamento particolare alle persone che deliberatamente non hanno voluto aiutarmi o mi hanno creato degli ostacoli, dandomi modo di comprendere appieno il valore e la portata innovativa del mio lavoro.

 


Lascia un commento

Coltivare comunità di pratiche e comunità di apprendimento. L’intervento di Etienne Wenger a Roma Tre

Learn

In occasione del primo Primo Seminario Internazionale di Pedagogia del Lavoro, organizzato il 3 novembre 2009 dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, Etienne Wenger ha illustrato i concetti fondamentali delle comunità di pratica e il loro ruolo nella società della conoscenza.

Wenger è considerato il pionere degli studi sulle comunità di pratica e il primo ad averne formalizzato il concetto, dando l’avvio a un filone di studi che si muove in una campo interdisciplinare tra scienze dell’educazione, psicologia, tecnologia e antropologia, raccogliendo le suggestioni delle teorie cognitiviste e costruttiviste.

I primi studi di Wenger, infatti, riguardano l’intelligenza artificiale e gli intelligent tutoring systems. Le riflessioni sui processi di apprendimento lo hanno però indotto a considerare insufficienti le spiegazioni cognitiviste, che si limitavano a descrivere il modo in cui avviene l’elaborazione dell’informazione senza addentrarsi nel problema del significato che sta dietro l’informazione stessa e che determina il modo in cui apprendiamo.

A partire da queste riflessioni Wenger ha iniziato a elaborare una teoria su base costruttivista, dove l’apprendimento è un processo di costruzione del significato che avviene in un contesto sociale e comprende quattro dimensioni:

significato: qual è la nostra esperienza?

identità: chi e che cosa diveniamo?

pratica: che cosa facciamo?

comunità: a che contesto apparteniamo?

Apprendimento di un comportamento e crescita personale all’interno di una comunità sono un unico processo; il cambiamento dell’esperienza dei membri della comunità equivale al cambiamo della competenza in seno ad essa. L’appartenenza a una comunità ha inizio quando si capiscono i suoi confini conoscitivi, in pratica le sue “frontiere”; e si può dire di far parte di essa quando si è in grado di contribuire in modo significativo ai suoi saperi introducendo nuovi elementi. Le comunità non sono un’invenzione recente: al contrario, esse costituiscono il fondamento della scienza moderna. E’ tuttavia negli ultimi anni che stiamo assistendo alla loro diffusione consapevole nelle organizzazioni, in uno scenario culturale postfordista.

Attualmente coesistono due tendenze nella diffusione del sapere: verticalizzazione e orizzontalizzazione. La verticalizzazione è basata sulla codificazione, le regole, le istituzioni, i processi di controllo, i repertori competenziali. L’orizzontalizzazione si basa invece sulle comunità e i network, la comunicazione peer-to-peer, la creatività, l’identità personale e i significati personali. In entrambe le tendenze il ruolo delle tecnologie è cruciale; pensiamo, per quanto riguarda l’orizzontalizzazione, all’espressione individuale attraverso i blog, agli strumenti di collaborazione collettiva, ai social network.

Wenger ci lascia con un interrogativo ancora aperto: come può l’educazione rimanere rilevante e utile nel 21° secolo?


3 commenti

Oltre l’e-book: le risorse aperte in rete e l’Open Access

180px-open_access_logo_plos_whitesvg

In questi giorni si sta svolgendo in rete un interessante dibattito sugli e-book,che vede contrapporsi le argomentazioni dei fautori entusiasti e quelle dei critici dubbiosi. I toni di questa discussione sono riassunti efficacemente da Gianni Marconato nel suo blog.

Tra i vari spunti dati dai partecipanti, uno dei più stimolanti è quello che torna alla questione delle risorse aperte e condivise. Uno dei leit-motiv del dibattito, infatti, concerne lo sviluppo e la diffusione di un un nuovo modo di concepire i materiali didattici, uscendo dal confine del manuale cartaceo per introdurre nella scuola materiali ipertestuali e ipermediali; e, non ultimo, affrancarsi dalla logica dei grandi gruppi editoriali per proporre risorse fluide, flessibili e implementabili a un costo accessibile.

A questo riguardo Antonio Fini fa notare  giustamente che i contenuti degli e-book costituiscono comunque prodotti a pagamento e soggetti a vincoli di copyright; e che l’innovazione, da questo punto di vista, sarebbe solo apparente. Mi sembra utile riprendere il discorso delle risorse aperte in rete, che a livello educativo ha dato vita a un vero e proprio movimento denominatosi edupunk, e che vede il proliferare di iniziative e portali in cui si possono prelevare materiali, articoli e saggi di ottima qualità.

La cosa non è nuova. Già da alcuni anni esiste un movimento, Open Access, nato in ambito accademico, a favore della libera diffusione di contenuti attraverso Internet, nato per svoncolare gli autori dal giogo della pubblicazione su riviste scientifiche a pagamento. L’editoria scientifica, infatti, è controllata da un piccolo numero di gruppi editoriali distribuita a costi talmente elevati che spesso le stesse istituzioni accademica non sono in grado di sostenerne i costi.  Open Access combatte contro la proprietà intellettuale nella comunicazione scientifica promuovendo forme alternative di comunicazione che si avvalgono delle tecnologie di rete: l’accesso all’informazione scientifica deve essere gratuito, almeno nella sua forma elettronica.

Un’iniziativa analoga è il  Progetto Science Commons, varato dall’organizzazione non profit Creative Commons, varato nel 2005 con l’obiettivo di promuovere l’innovazione nella scienza abbattendo i costi legali e tecnici per la diffusione e il riutilizzo dei lavori scientifici; il progetto si propone di perseguire queste finalità rimuovendo gli ostacoli alla collaborazione scientifica incoraggiando i ricercatori, le università e le imprese a condividere letteratura scientifica, dati e materiali.

I social networks stanno amplificando le possibilità di questi movimenti, con la costituzione di gruppi di utenti che condividono liberamente i contenuti autoprodotti; su siti come Scribd e Slideshare si possono trovare contributi di alto livello da parte di rappresentanti della comunità scientifica.

Su Open Access e sui movimenti legati alla cultura dell’Open Source e del Free Software ho pubblicato il contributo La libertà in rete. Mi sembra più che mai attuale visto che l’innovazione è un fatto culturale e non solo tecnico.