Tra scienza e storia non ci sono vincitori ma solo vinti

Alcuni giorni fa, percorrendo i corridoi del dipartimento di economia di un’università romana, ho intravisto un articolo di giornale affisso in bacheca il cui titolo suonava più o meno “è la storia la vera scienza”. Per curiosità mi sono fermata a leggere l’articolo, piuttosto breve, che rivendicava il primato della storia rispetto alle scienze – a cominciare dalla matematica e dalla fisica – e il cui succo era quello di auspicare il ritorno a una cultura fondata sui saperi umanistici, soppiantando finalmente il “predominio” della scienza e della tecnica nei campi più disparati, a cominciare dalle accademie e i centri di ricerca. 

A prescindere dall’ingenuità della querelle, che richiama alla memoria certe antiche dispute e  alcune meno antiche affermazioni di stampo gentiliano sul primato della cultura classica, è singolare come oggi esistano studiosi (o presunti tali) convinti che il nostro paese sia dominato dalla cultura scientifica. I fatti dimostrano il contrario; non voglio arrischiarmi a pensare che in questo caso si sia fatta confusione tra scienza e tecnica, spiegazione facile ma che offenderebbe l’intelligenza dell’autore dell’articolo. Certo è paradossale che proprio chi proclama la supremazia dei saperi storici sembri ignorare che la storia del nostro sistema di istruzione è una storia di mortificazione dei saperi scientifici a scapito di curricoli stracolmi di nozioni manualistiche, grammatiche, sintassi e poemi epici. Ma viviamo in un paese contraddittorio: anche la storia gode di scarsa considerazione, vista la memoria scarsa o nulla dei nostri trascorsi anche recenti. Così, mentre i nostri ricercatori sono costretti a migrare altrove se desiderano praticare la matematica, la fisica e le altre discipline scientifiche, gli studi storici non hanno un favore maggiore e soprattutto hanno poco mercato. 

Mi sembra dunque una polemica arida e immotivata, simile alle guerre tra poveri, quella cui si assiste leggendo articoli di questo tipo; come se prendersela con le vere cause di questa decadenza fosse pericoloso, o quantomeno irrispettoso nei confronti dei “pezzi da novanta” che governano la nostra cultura, oltre che i nostri gusti e le nostre opinioni politiche.

 

scienza per tutti
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Fahrenheit 2008

L’editoriale del numero di novembre di “Le Scienze” è dedicato alla difficile situazione in cui versano l’Università e la ricerca, con i tagli causati dall’ultima Finanziaria e il decreto – ora proposta di legge – che in questi giorni il ministro Gelmini e il governo stanno tentando di far passare tra le proteste unanimi di tutti gli atenei italiani.
Scrive a pagina 11 Enrico Bellone: “…l’Italia scientifica non riesce ad essere autorevole a livello internazionale. Non ci riesce perché, durante il Novecento, non ha saputo esprimere quei principi secondo i quali, nelle nazioni moderne, merita rispetto colui che esercita il mestiere di capire i fenomeni naturali. Altri criteri si sono invece imposti: la norma secondo cui la scienza non è una forma culturale ma è una tecnica,
l’opinione di qualche filosofo che vede nella tecnica la radice dell’alienazione dell’uomo, l’idea diffusa secondo cui spetta alla politica e alla religione il compito di decidere quali linee di ricerca vadano perseguite e quali invece debbano essere abbandonate”.

E’ esattamente lo spirito con cui questo governo, procedendo su una strada già avviata purtroppo da diversi anni, vuole mettere a tacere la libertà di ricerca e la scienza, condannandole entrambe a morte e destinando il nostro paese al crollo economico e culturale. L’inchiesta di Raitre “W la ricercadel 2006 ci ha mostrato uno scorcio della realtà della ricerca italiana confrontata con quella di altri paesi europei, spiegando i motivi che spingono i nostri scienziati e ricercatori ad andarsene all’estero per poter svolgere il proprio lavoro. Questo dissanguamento sta continuando e si aggrava grazie ai provvedimenti ottusi di un governo che stanzia fondi per salvare l’ippica ma taglia gli investimenti per la ricerca, per l’istruzione e per la cultura. Se il disegno di legge passerà, andremo incontro a scenari catastrofici in cui le università pubbliche saranno costrette a chiudere, la ricerca pura sparirà lasciando il posto unicamente alle applicazioni di immediata ricaduta economica in campo tecnico, potranno sopravvivere soltanto gli atenei privati finanziati dalle banche e dai tycoon dell’informazione (uno a caso?), senza contare il disastro già perpetrato nei confronti del sistema di istruzione, ormai avviato verso la privatizzazione e l’elitarismo. Un quadro sufficientemente preoccupante ce lo dà Aldo Giannuli, docente di storia contemporanea all’Università di MIlano.

Leggo ancora da “Le Scienze”, dall’articolo di Roberto Battiston a pagina 31, uno stralcio sulle cause a monte del mancato nobel per la fisica agli scienziati italiani: tra i fattori indicati sta lo “scarso sostegno dato ai connazionali nelle segnalazioni al comitato Nobel dalla comunità italiana e “la distanza culturale, per non dire ignoranza, della politica e del mondo produttivo nei confronti del mondo della ricerca e dell’Università e viceversa”. Qui la parola chiave è ignoranza: tagliare i finanziamenti alla scuola, all’università e alla ricerca è indice di diffidenza nei confronti del sapere e della conoscenza, una diffidenza che può venire solo da governanti ignoranti, che non esitano a gettare nel “rogo” dei decreti e delle finanziarie la scienza, il libero pensiero, la libera ricerca, la cultura, tutte cose che fanno paura e che devono essere controllate dall’alto, imponendo un modello mediatico di sottocultura becera e irreggimentata.

Ancora, un’ultima citazione, stavolta dal discorso di Obama a a Denver (settembre 2008) a proposito dell’educazione:
“Siamo un Paese che ha sempre reinventato il suo sistema educativo per venire incontro ai cambiamenti di una nuova epoca. Generazioni di leader hanno costruito il loro mandato sulla scuola pubblica per preparare gli studenti ai cambiamenti che investivano il Paese. Eisenhower raddoppiò gli stanziamenti federali nella educazione dopo che i Sovietici ci avevano preceduto nello spazio.
(…)
Non va bene che prepariamo i nostri insegnanti, i nostri presidi e le nostre scuole a raggiungere obiettivi ambiziosi senza dargli le risorse che gli permetterebbero di farlo. E’ sbagliato promettere insegnanti qualificati in ogni classe quando poi la questione della loro paga viene lasciata irrisolta. E per favore, non ci venite a raccontare che il solo modo di insegnare ai ragazzi è quello di prepararli durante l’anno ad affrontare una serie di test standardizzati, perché questo inibirebbe la ricerca, l’indagine scientifica, le attitudini di problem solving di cui hanno bisogno i nostri ragazzi per competere nella economia della conoscenza del XXI secolo.
(…)
Abbiamo bisogno di una nuova visione per l’educazione nel XXI secolo. In cui non dovremo solo dare sostegno alle scuole che già esistono, ma aumentare l’innovazione; non cercare solo più denaro, ma chiedere più riforme; far prendere coscienza ai genitori della responsabilità che hanno nel successo dei loro figli; reclutare, formare e premiare un nuovo esercito di insegnanti, che rendano lo studio qualcosa di  eccitante per i ragazzi, in modo che questi ultimi si sentano davvero protagonisti della scuola del futuro; e infine dovremo aspettarci di dare ai nostri figli non solo il diploma liceale ma anche una laurea e quindi un lavoro pagato bene”.

Non credo ci sia bisogno di commenti.