La forma piatta dell’e-learning e la vita liquida dell’apprendimento

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Da un paio d’anni a questa parte sono stufa di sentire parlare di e-learning: il solo termine mi dà la pelle d’oca. I motivi sono diversi, primo tra tutti è constatare che il termine è ormai inflazionato e non rispecchia più quello che doveva essere il portato innovativo della formazione in rete rispetto alla formazione a distanza, altrimenti detta FaD. Il mio, tengo a precisarlo, non è snobismo nei confronti di un termine che sta diventando popolare e quasi onnipervasivo, né , tanto meno, il desiderio di coniarne un altro per lucidare a nuovo abiti logori.

A parlare di e-learning oggi si rischia di imbattersi nelle modalità più becere di formazione a distanza: quelle, per intenderci, in cui si erogano contenuti statici in ambienti asfittici, ripetendo le dinamiche usuali nella didattica trasmissiva. I famigerati “WBTfici” nella migliore delle ipotesi. Che dire poi delle piattaforme: tutte uguali, somiglianti a se stesse, diventano un surrogato e sovente una brutta copia dell’aula nel proporre una formazione bidimensionale, appunto da piatta-forma.

Queste e altre cose le sto dicendo da diverso tempo, e quando parlo di complex learning mi riferisco a un modello che sfrutti al meglio le potenzialità degli ambienti di rete, virtuali e non, svincolandosi definitivamente dalla forma piatta delle varie infrastrutture per creare spazi aperti, flessibili e capaci di ibridarsi tra loro. Dove l’ambiente di apprendimento sia ridisegnato da chi lo usa, e l’esperienza di apprendimento non sia limitata nella camera stagna di un luogo predefinito.

Oggi questa esigenza di “liquidità” degli ambienti e delle esperienze di apprendimento si sta concretizzando nella sperimentazione di modelli e iniziative innovative; dopo tanto tempo, per la prima volta non ho più l’impressione di parlare al vento. Un evento, in particolare, segnalato da Gianni Marconato nel suo blog, ha attirato la mia attenzione: si tratta del DULP, il cui acronimo sta a significare:

D per Design Inspired Learning 
U per Ubiquitous Learning 
L per Liquid Learning Places 
P per Person in Place Centred Design  

Ossia:  apprendimento ispirato dalla progettazione; apprendimento ovunque; luoghi di apprendimento liquidi; progettazione con al centro la persona. Il DULP è definito un “nuovo paradigma” dai suoi fondatori; che lo sia o no, è stato sviluppato nell’Università di Roma di Tor Vergata e, nel tempo, ha coinvolto le Università di Catania e Siena e una prima rete di scuole e singoli docenti desiderosi di sperimentare. Il 14 e 15 settembre si terrà il primo evento DULP 2009  all’Università di Tor Vergata, nell’aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

Scrivono i promotori:  Facile prevedere che gli attori dei futuri processi formativi popoleranno nomadicamente spazi fisici sempre più sensibili e responsivi, interagiranno con questi ultimi in maniera estremamente naturale utilizzando i gesti, il parlato, la propria emotività dando sempre meno peso agli aspetti funzionali e vantaggio delle cosiddette “use qualities” a definire “the one’s personal EXPERIENCE”.

Se i risultati saranno pari alle premesse, il futuro prossimo venturo è già arrivato, in forma multidimensionale. E’ ora di uscire dalle due dimensioni dell’e-learning versione “figura piana” e abbracciare un’idea di apprendimento a tutto tondo.

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Tra scienza e storia non ci sono vincitori ma solo vinti

Alcuni giorni fa, percorrendo i corridoi del dipartimento di economia di un’università romana, ho intravisto un articolo di giornale affisso in bacheca il cui titolo suonava più o meno “è la storia la vera scienza”. Per curiosità mi sono fermata a leggere l’articolo, piuttosto breve, che rivendicava il primato della storia rispetto alle scienze – a cominciare dalla matematica e dalla fisica – e il cui succo era quello di auspicare il ritorno a una cultura fondata sui saperi umanistici, soppiantando finalmente il “predominio” della scienza e della tecnica nei campi più disparati, a cominciare dalle accademie e i centri di ricerca. 

A prescindere dall’ingenuità della querelle, che richiama alla memoria certe antiche dispute e  alcune meno antiche affermazioni di stampo gentiliano sul primato della cultura classica, è singolare come oggi esistano studiosi (o presunti tali) convinti che il nostro paese sia dominato dalla cultura scientifica. I fatti dimostrano il contrario; non voglio arrischiarmi a pensare che in questo caso si sia fatta confusione tra scienza e tecnica, spiegazione facile ma che offenderebbe l’intelligenza dell’autore dell’articolo. Certo è paradossale che proprio chi proclama la supremazia dei saperi storici sembri ignorare che la storia del nostro sistema di istruzione è una storia di mortificazione dei saperi scientifici a scapito di curricoli stracolmi di nozioni manualistiche, grammatiche, sintassi e poemi epici. Ma viviamo in un paese contraddittorio: anche la storia gode di scarsa considerazione, vista la memoria scarsa o nulla dei nostri trascorsi anche recenti. Così, mentre i nostri ricercatori sono costretti a migrare altrove se desiderano praticare la matematica, la fisica e le altre discipline scientifiche, gli studi storici non hanno un favore maggiore e soprattutto hanno poco mercato. 

Mi sembra dunque una polemica arida e immotivata, simile alle guerre tra poveri, quella cui si assiste leggendo articoli di questo tipo; come se prendersela con le vere cause di questa decadenza fosse pericoloso, o quantomeno irrispettoso nei confronti dei “pezzi da novanta” che governano la nostra cultura, oltre che i nostri gusti e le nostre opinioni politiche.

 

scienza per tutti
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