IL BLOG DI ELEONORA GUGLIELMAN

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Jurassic Congress

15 commenti

Dinosauri

Di ritorno da Milano, eccovi le mie impressioni sul VII Congresso Nazionale Sie-l che si è svolto dal 20 al 22 ottobre. Premetto che forse troverete questa nota un po’ troppo simile a quella che a suo tempo scrissi per Didamatica 2010, ma a mia discolpa aggiungo che avrei voluto offrirvi uno spaccato differente.

Ho assistito alle sedute plenarie con un senso di disagio che inizialmente non sapevo ricondurre a un motivo preciso. Poi mi sono resa conto (in ritardo, ma sono un po’ miope…) che al tavolo dei relatori c’erano le stesse facce che avevo visto a Didamatica. Età media: 60-70. Familiarità con le tecnologie: prossima allo zero (si chiama analfabetismo digitale). Successivamente ho realizzato che il principale motivo di disagio era che non si stava parlando di e-learning. Semplicemente, l’e-learning non c’era; e se c’era era di sfondo, come un nebbioso panorama richiamato dai relatori con l’uso del termine – quando non lo chiamavano “formazione a distanza”.

Seduta sulla poltrona rivestita in pelle umana della sala convegni del Politecnico ho cercato di seguire il filo dei discorsi, ma confesso che lo sbadiglio subentrava impietoso. Sembrava uno dei tanti convegni di Confindustria in cui tutti parlano e tu, in sala, capisci le parole ma non riesci a dare un senso compiuto al discorso, un’utilità, un’attinenza con il tema trattato. L’esponente del ministero racconta che nel loro sito hanno aperto uno spazio riservato in cui i funzionari possono andare a prelevare i documenti facendone il download. E il chairman entusiasta commenta: fantastico, quello che fate è e-collaboration, e ci vedo anche molto apprendimento informale! (Confesso che a quel punto mi sono dovuta sforzare per non scoppiare a ridere).

Il referente di uno dei maggiori istituti di ricerca, presente nel 90% dei progetti europei, illustra il suo discorso con noiose slides testuali che non riesce ad aprire confessando candidamente la sua totale estraneità con le tecnologie. Chissà la faccia se anziché fuggire dopo il suo intervento avesse assistito alla presentazione con Prezi fatta il giorno dopo…

Sul programma ho cercato invano i nomi delle persone che in Italia si occupano di e-learning a livello di eccellenza. Tutti o quasi assenti; presenti, in compenso, illustri esponenti dell’intellighenzia accademica e istituzionale, quelli che stanno al vertice della gerarchia mentre gli altri, negli scantinati, fanno ricerca.

Ho fatto la mia relazione proprio in uno scantinato, il luogo dove eravamo relegati, per la maggior parte, noi più “giovani” (???) e meno conosciuti ricercatori, mentre i dirigenti nella sala in pelle umana si vantavano di come il Congresso, bontà loro, fosse aperto alla partecipazione delle nuove generazioni che hanno qualcosa da dire. E’ tra la polvere che ho assistito alle presentazioni più interessanti, ai tentativi di svecchiare e proporre qualcosa di nuovo in un campo che ormai sembra arenarsi sugli scogli dei learning objects. Tutto questo mentre proseguivano le plenarie di chi spacciava per innovazione vecchi residui ammuffiti di pratiche più o meno tecnologiche vecchie come il cucco.

Il panorama è, come al solito, sconsolante. Se consideriamo che questo è uno dei quattro-cinque (forse meno) convegni italiani più importanti sull’e-learning, non è solo sconsolante ma disastroso. E il fatto che le inevitabili ripercussioni con conseguente dibattito su Facebook, con gli interventi dei più noti esperti di e-learning, siano etichettate da uno degli organizzatori come un “tam tam che ingigantisce l’accaduto”, dimostra la sordità e la cecità di chi continua e continuerà a parlarsi addosso sugli scanni dei tavoli dei blasonati relatori.

 

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15 thoughts on “Jurassic Congress

  1. Eleonora, conosci bene il mio pensiero, visto che abbiamo avuto la “ventura” di assistere entrambi con sbigottimento a quella insana sessione 🙂
    Tuttavia devo dire che non condivido questa “crociata” e i toni utilizzati (sto giusto ora preparando un commento al post di Agostino in FB..).
    Rispetto ai commenti qui: credo che sia capitato a tutti di vedersi rifiutato un lavoro a un congresso o in un journal. Non mi sembra un dramma nè credo si possa gridare allo scandalo e al complotto.
    Tra l’altro, i limiti del sistema di peer-review sono noti da tempo e valgono anche per il caso contrario, ovvero l’accettazione dei lavori. Consiglio su questo tema un vecchio libro di Sokal e Bricmont dall’eloquente titolo “Imposture intellettuale” nel quale si racconta, tra l’altro, come un articolo “falso”, pieno di assurdità insensate, sia stato accettato da una prestigiosa rivista… 🙂

    • I miei commenti ai convegni sono notoriamente impietosi, e quando l’evento merita critiche non le risparmio di certo (ma ad esempio nel caso del DULP le impressioni descritte nel post erano tutte positive). C’è chi ne fa una crociata personale, è vero, ma non mi pare siano questi i toni del mio post.
      Poi sull’accettazione dei contributi e sull’onestà intellettuale dei reviewers si potrebbe dire molto. Fatto sta che chi ha la necessità di pubblicare su riviste con impact factor e partecipare a convegni, condizioni necessarie per aspirare a un certo tipo di carriera, deve stare al gioco. Anche le review internazionali spesso sono discutibili nei criteri e nel livello di oggettività.
      Comunque, se da una parte neppure a me piacciono i toni offensivi e bellicosi, dall’altra credo che certi malfunzionamenti e certi esiti negativi siano cose di cui occorre parlare pubblicamente. Ignorare, lasciar fare, lasciare andare non mi sembra l’atteggiamento adeguato se vogliamo un cambiamento in meglio.

  2. Cara Eleonora,
    Complimenti per la Tua Macchina del Tempo: sei riuscita a viaggiare fin nel Giurassico e ritornare in tempo utile. Grazie per il quadro impietoso che hai tratteggiato. E dire che quasi quasi ero sul punto di associarmi a Siel…
    Tre anni fa Siel mi bocciò una relazione per un convegno (prontamente accettata subito dopo in Austria, dove son tornato 3 volte di seguito) proprio sull’apprendimento attraverso gli strumenti del Web e sulle possibili tassonomie. Nulla di male, sicuramente era un lavoro “acerbo”, ma come mai me l’accettarono gli ingegneri elettronici europei?
    Dici che il tipo del MIUR sbandieri il ‘Download’ e il chairman lo definisca ‘e-collaboration’? Si vede che entrambi NON sanno neanche cosa sia e-learning, così come l’Indire o il CNR di Genova dovrebbe andare all’estero.
    Possibili consigli ai boss della Sie, Indire, MIUR e CNR per un viaggio di ri-centramento formativo:
    1) Institute of Education, Università di Londra;
    2) Open University, Gran Bretagna;
    3) JISC e-learning programme – University of Bolton, Gran Bretagna;
    4) MIT, USA;
    5) Technische Universitat, Graz, Austria;
    6) Kungliga Tekniska högskolan, Stoccolma (Istituto Reale di Tecnologia).
    Chissà che imparino tutti qualcosa in più…

    • Innanzi tutto una precisazione, il ministero era quello del Lavoro; ma poco conta perché il senso era quello di dare un esempio concreto del tenore degli interventi delle plenarie.
      Poi una considerazione: hai presentato il tuo contributo senza essere associato? Male….Ma questa è una cattiveria! Fatto sta che anche a me e ad alcuni colleghi bocciarono un paper, anni fa, presentato per Jelks, che prontamente è stato pubblicato online su Scribd e che successivamente, arricchito, è stato presentato al Dulp 2009. A dimostrazione di quanto dici e che conferma la soggettività di certe valutazioni.

      • Sì, probabilmente (anzi, sicuramente) la mia presentazione senza associazione fu un’ingenuità capitale.
        PS (1): a sostegno di quanto detto prima circa l’JISC britannico, mi permetto di segnalare una ‘miniera’ di documentazione e spunti interessanti, che ho pure postato su Facebook.
        PS (2): a me gli ingegneri europei me lo pubblicarono in volume e poi in Cd nel 2008, 2009 e ora aspetto i Proceedings 2010 in arrivo da Finlandia o Ungheria (vedi ECER, ecc.).
        Libero arbitrio imperat.

      • Come direttore dal gennaio 2010 di Je-LKS non ricordo di avere avuto tra le mani il tuo lavoro. Probabilmente ti riferisci ad anni passati. In ogni caso, per tua conoscenza e per conoscenza dei lettori di questo blog, non è mia abitudine scartare lavori (interessanti o meno) per problemi di “associazione”. I lavori inviati a Je-LKS sono esaminati da due revisori in forma totalmente anonima (sono anche eliminati gli autoriferimenti). La lista dei revisori è pubblicata sulla rivista ed è aperta (nel senso che se tu o altri vogliono fare questo lavoro non hanno che da chiedere ). Permettimi inoltre una nota sul “jurassic” Io sono nato nel 1951 e non credo che questo abbia qualcosa a che spartire con la mia serietà professionale. La giovinezza è una questione passeggera, tutti siamo stati giovani e tutti, con un po’ di fortuna, invecchiamo. Che il mondo del lavoro italiano non sia molto aperto alla “gioventù” è un dato di fatto aggravato da politiche demenziali per cui le persone vanno in pensione sempre più tardi, il turnover è limitato e via di questo passo. Ma l’argomento della “giovinezza” come valore in se stesso ha qualcosa di sinistro. A me usato così ricorda “giovinezza, giovinezza primavera di bellezza…”. E di quei giovani, che a quelli ideali avevano creduto, molti non tornarono a casa.

    • Mi piacerebbere leggere i tuoi contributi, sono condivisi in rete?
      Il JISC lo conosco bene, anche perché sono le eccellenze nel campo di cui mi occupo in questo periodo, ossia l’e-learning accessibile.

      • Sì, sì: una relazione tenuta al British Council di Milano l’ho trasformata in presentazione e caricata su Slideshare. Dovrebbe essere ancora lì. 🙂

    • @Luigi Colazzo: grazie per il tuo commento e per la precisazione. In effetti quel lavoro risale a qualche anno fa, e come ho accennato in un altro commento a questo post, è il sistema stesso di reviewing che fa sì che lo stesso contributo possa piacere in un caso e nell’altro no, il che accade anche a livello internazionale e senza che ne venga intaccata la qualità scientifica della rivista. Tra l’altro, tengo a precisare che sono una lettrice di Je-LKS fin dal primo numero e conservo le annate cartacee, devo dire con una certa nostalgia, proprio perché ne apprezzo il valore.
      Per quanto riguarda il giurassico, il riferimento non era circoscritto all’età (anche se la boutade sull’età di alcuni partecipanti poteva farlo sembrar tale), ma alle modalità stesse di svolgimento dell’evento, al sapore stantio di come certi temi erano trattati, alla vecchiezza che traspariva nel modo in cui si parlava di certe cose, all’impressione triste di essere in un contesto anacronistico. Tanto che il dibattito che ne è seguito su Facebook ha confermato la stessa impressione in studiosi e praticanti di e-learning che non possono essere certo definiti “di primo pelo” (io, poi, sono della classe 1962, quindi anche per me la gioventù è passata da un pezzo).
      Se critica c’è stata, è perché sono, siamo rimasti delusi da come un evento importante e di rilievo come il congresso SIEL sia finito per essere un’occasione mancata, là dove avremmo bisogno di spinte propulsive, di innovazione, di diffusione del cambiamento. E spero che la mia provocazione sia intesa come uno stimolo in questo senso, senza nulla togliere alla stima che provo per la SIEL e per le persone che ne fanno parte.

  3. Eh, Eleonora,

    Che ci vuoi fare! Consolati che se l’ambito universitario e di ricerca è così, quello business non è meglio. Anche qui lo stesso ritornello: persone che ci capiscono poco di e-learning tentano di vendere prodotti a persone che ci capiscono ancora meno. Risultato: progetti che potevano essere validi e innovati (sul piano didattico) diventano delle pizze incredibili, poco efficaci dal punto di vista didatttico, costoso da quello economico.

    C’è da dire comunque che alle conferenze viene fuori il meglio: ricordo l’anno scorso alla conferenza ECM- FAD un relatore presentò un progetto a suo dire innovativo, basato su e-mail, internet e … fax. Probabilmente l’unico esempio di fax-learning al mondo!

    Ciao

    • Uno dei progetti Leonardo approvati lo scorso anno promuoveva un innovativo insegnamento delle lingue con la radio. Ma quello del fax supera tutto. 😀

    • l’e-learning di qualità vige solo ove la formazione conta davvero per il successo dell’organizzazione cui il formando appartiene.
      L’ambito business pubblico (l’ecm citato ad esempio) non fa eccezione a quello “academy e scuola” poichè anche lì conta più il titolo che le competenze rilasciate.
      Purtroppo, nella ns nazione, anche in ambito privato, nella maggioranza dei casi il discorso non cambia molto, poichè le organizzazioni “private” medio-grandi (quelle cioè che si possono permettere investimenti sufficienti nell’e-learning) italiane sono tali (medio-grandi) spesso perchè in connessione con commesse pubbliche (centrali o locali).
      E’ dura ma è così

  4. La formazione – academy, scuola, vocational,…- in Italia “serve più ai formatori che ai formandi” (in primis perchè il mercato del lavoro nazionale assorbe formati, notoriamente, maggioritariamente, “ameritocraticamente” cioè a prescindere dalle competenze da essi possedute).

    Conseguente è lo scenario sopra rappresentato:
    l’innovazione dell’educazione in parola è ridicola nella parte che dovrebbe realisticamente favorire i formandi, e speciosamente vantata prevalentemente/solo se e nella misura in cui “beneficia” (lato sensu) i formatori (basti pensare che solo in Italia sono nate in una manciata di anni ben 12 o 13 università telematiche che vendono lauree – negli altri paesi europei ne esiste una sola).

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