IL BLOG DI ELEONORA GUGLIELMAN

Uno spazio dedicato alla formazione, l'apprendimento e le tecnologie di rete


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TASK IN PROGRESS: valutare le Competenze Chiave nella scuola

Seminario TASK IN PROGRESS – Roma, 6 maggio 2016

Sala dei Seminari dell’Istituto Statale per Sordi, via Nomentana, 56

Il percorso di introduzione delle 8 Competenze Chiave per l’apprendimento permanente nella scuola, iniziato da diversi anni e contrassegnato da importanti passaggi quali il DM n. 9 del 21.01.2010 per la loro certificazione nella scuola secondaria di I grado e la CM MIUR n. 3 del 2015 per la certificazione nella scuola secondaria di II grado, fa emergere la necessità di un nuovo approccio valutativo.

Come richiamato nelle Linee Guida della CM, le Competenze Chiave per la loro natura non possono essere valutate con gli strumenti abitualmente utilizzati per la valutazione degli apprendimenti, ma occorre fare ricorso a compiti di realtà (prove autentiche), osservazioni sistematiche e autobiografie cognitive, utilizzando strategie che mettano in gioco le dimensioni autoriflessive e autovalutative.

Il progetto TASK (Teacher Assessing Key Competences in School: authentic task based evaluation methodology) risponde a questa sfida, mettendo a disposizione degli insegnanti delle scuola secondaria di I e di II grado una metodologia di valutazione delle Competenze Chiave che, tenendo conto di questi aspetti, costituisce uno strumento in grado di consentire la certificazione con i modelli ministeriali in adozione nelle scuole italiane. La metodologia, basata sui Référentiels europei e validata dall’università di Leiden, è un prodotto delle attività del progetto Erasmus+ TASK, e sarà disponibile nei prossimi mesi anche come dispositivo online.

Il Seminario TASK IN PROGRESS sarà l’occasione per presentare la metodologia di valutazione e offrirà un momento di confronto e dibattito sui temi delle competenze, della valutazione e della certificazione.

La partecipazione è gratuita

Per informazioni e prenotazioni: info@learningcom.it

http://www.taskeuproject.com

 

 

TASK leaflet

 

QR evento Task in progress


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Evento: “Le onde del cambiamento”, Milano, 8 aprile 2016

Pubblico il Comunicato stampa di Mario Rotta sul convegno che si terrà a Milano il prossimo 8 aprile 2016.

Dopo il workshop che si è tenuto a Fiastra, nelle Marche, l’11 marzo 2016, Smart Skills Center e Laboratorio Formazione organizzano un nuovo evento dedicato alle prospettive dell’innovazione nel mondo della scuola e della didattica. Il convegno si concentrerà su Le Onde del Cambiamento: strategie didattiche e innovazione organizzativa nella scuola digitale e si terrà a Milano, presso l’Auditorium del Centro Scolastico di via Natta l’8 aprile 2016.
Le domande essenziali a cui a Milano si cercherà di dare alcune risposte riguarderanno prima di tutto gli effetti dell’innovazione metodologica, organizzativa e tecnologica sulla scuola nel suo complesso: bisogna capire se e come alcune forme di innovazione possono effettivamente produrre delle ricadute in grado di innescare processi di cambiamento in senso positivo. Si cercherà poi di fare il punto sulla formazione continua degli insegnanti e su quali sono le modalità più efficaci per attuare delle strategie in proposito.
Il convegno sarà articolato in una sessione plenaria che si terrà durante la mattinata e in una serie di aree di confronto su tematiche specifiche a cui si potrà partecipare nel pomeriggio.
La sessione plenaria del mattino, coordinata da Mario Rotta, sarà introdotta da Patrizia Appari di Laboratorio Formazione. Sarà poi centrata sul confronto tra 3 “punti di vista” sul tema della formazione degli insegnanti e del cambiamento che questo può introdurre nella scuola e nella didattica. Il punto di vista istituzionale sarà interpretato da Maria Chiara Pettenati di Indire. Il punto di vista delle Università sarà discusso da Paolo Paolini del Master DOL del Politecnico di Milano. Il punto di vista dell’imprenditoria e delle agenzie formative sarà delineato da Anna Delle Foglie di Smart Skills Center. La sessione plenaria sarà poi conclusa da Daniele Barca, dirigente del MIUR e responsabile del Piano Nazionale per la Scuola Digitale.
Nel pomeriggio si formeranno i vari “tavoli” e i relativi gruppi di discussione: i temi affrontati saranno centrati sulle strategie didattiche innovative e sulle relative prospettive. Ogni tavolo sarà animato e coordinato da un esperto, che mostrerà esempi concreti e porrà domande critiche ai partecipanti.

Mario Rotta coordinerà la discussione sul tema abbiamo un problema! La didattica problem-based.

Eleonora Guglielman gestirà un gruppo sul tema dove, quando e come: ubiquità, autonomia e personalizzazione.

Uno spazio sul tema per gioco, ma sul serio: l’approccio ludico alla didattica, sarà coordinato da Vindice Deplano.

Aurora di Benedetto animerà il tavolo su la classe asimmetrica: nuove strategie didattiche e nuovi modelli organizzativi.

Del tema in altre parole: la didattica CLIL si occuperà il gruppo coordinato da Nuccia Silvana Pirruccello.

Stefania Quattrocchi guiderà un gruppo di lavoro sul tema oltre il testo: autoproduzione di materiale didattico, mentre l’area di discussione sul tema so di sapere: valutazione e didattica per competenze sarà coordinata da Patrizia Appari.

Ci si ritroverà poi brevemente in plenaria per condividere gli elementi emersi nei gruppi e le domande critiche su cui si potrà continuare a lavorare in rete.
La partecipazione al convegno è aperta a tutti. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione sul sito di Laboratorio Formazione o sul sito di Smart Skills Center. Si richiede un contributo di 14 euro per ogni partecipante, anche per poter garantire a tutti i presenti un buffet organizzato dai ragazzi di un Istituto Alberghiero.
Nel corso della giornata verrà anche dedicato un breve spazio al concorso di idee Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning.

 

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EVENTO 11 marzo 2016: Ai confini dell’apprendimento

Come stanno cambiando i modi di insegnare e di apprendere? Quali opportunità e quali orizzonti si possono esplorare attraverso le tecnologie digitali? Cosa cambia nella formazione dal punto di vista organizzativo? Quali sono le strategie didattiche che possono realmente cambiare la scuola, l’università, la formazione continua? In una parola, cosa c’è ai confini dell’apprendimento?
A queste domande – e a molte altre – si cercherà di dare alcune risposte l’11 marzo prossimo, nella splendida cornice dell’Abbadia di Fiastra, nelle Marche, tra Tolentino e Macerata. A Fiastra si terrà infatti un workshop promosso e organizzato da Smart Skills Center e Laboratorio Formazione, con il patrocinio dall’Università di Macerata.

La giornata di confronto è dedicata proprio Ai Confini dell’Apprendimento – E-learning, formazione continua e modelli metodologico-didattici innovativi, e rappresenta prima di tutto un’occasione per capire come funziona e quali possibilità permette di attuare il progetto eKnow, un portale di e-learning dedicato interamente alla formazione di insegnanti e formatori e all’apprendimento permanente, dove, partendo dal quadro di riferimento europeo sulle competenze chiave necessarie ai futuri cittadini dell’unione, si propongono corsi totalmente in rete basati su vari modelli, talora sperimentali: dai MOOCs a corsi supportati da e-tutor professionisti e basati su attività interattive e collaborative, da percorsi brevi centrati sulla soluzione di problemi a percorsi di scoperta georeferenziati, fino a comunità di innovazione gestite da esperti, Coach e Information Broker.

A Fiastra, durante la mattinata del giorno 11 marzo, ci si confronterà prima di tutto sui vari modelli e tipologie di e-learning che il progetto eKnow porta avanti, discutendo attorno a dei tavoli coordinati da alcuni dei collaboratori del progetto (insegnanti e formatori). Nel primo pomeriggio si apriranno alcune “finestre” sul mondo dell’e-learning e su alcune tendenze in atto, con collegamenti in tempo reale da Bruxelles, Londra e il Quebec. Si proseguirà poi con un confronto aperto tra Mario Rotta (esperto di e-learning e responsabile del progetto eKnow) e Beatrice Ligorio (Università di Bari).

Il programma è inoltre aperto a qualsiasi altro contributo critico: gli stessi organizzatori cercheranno di animare il confronto sia in presenza che attraverso i social.
Nel corso della giornata verrà anche presentato il concorso Smart Education, un’opportunità per gli insegnanti e le scuole che vogliono realizzare un progetto di e-learning.
La partecipazione ai workshop è aperta a tutti e totalmente gratuita. Basta visualizzare il programma e compilare il modulo di iscrizione. Alle 13, presso la Foresteria dell’Abbadia di Fiastra, sarà offerto un rinfresco.  

workshop


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Gratis et amore Dei

Tra le tante perle che mi sono capitate in termini di richieste di prestazioni professionali a fronte di retribuzione nulla, ecco l’ultima.

La persona mi contatta via social media. Una mail complimentosa, in cui mi espone con entusiasmo un suo progetto proponendomi di farne parte. Si tratta, naturalmente, di un progetto attinente al campo in cui lavoro; leggo la mail. Esordisce con “stiamo realizzando una nuova piattaforma digitale”. Mmmh, ecco la prima parola falsa – “piattaforma“, che rievoca in me scenari anni ’90 e vari WBT-fici. Proseguo: una vera novità, con classi digitali (?), videolezioni (ah! beh!) e perfino il registro digitale (e qui credo di avere il primo singulto di riso).

Provo a immaginare cosa mai di innovativo può avere un ambiente del genere (ma la persona ha mai sentito parlare di Moodle?…ma anche di Edmodo o Schoology, tanto per dire. o dei MOOC), e malgrado sia tentata di cestinare la proposta decido di offrirgli una possibilità. Cerco un sito, una traccia, una presenza in rete del progetto: nulla (depone già molto male, eh).  Allora scrivo. “Gentile ***,  mi piacerebbe  avere maggiori chiarimenti su ciò che lei considera “innovativo”, dal momento che ormai da molto tempo la mia pratica di formazione online è orientata  verso l’ibridazione di ambienti e strumenti di apprendimento, dinamiche conversazionali e connettiviste” (lo capirà? boh, intanto invio). Gli chiedo anche quale sarebbe il mio ruolo nel progetto e come dovrei essere coinvolta (hai letto il mio curriculum? sai chi sono? e soprattutto, intendi pagarmi?).

La risposta giunge rapida e cordiale: grazie di essere disponibile ecc. (salamelecchi vari), lei dovrebbe testare la piattaforma, ecc. (roboante descrizione del progetto e della grandiosa comunità mondiale di esperti che partecipa ecc. ecc.). Mi invita a parlarne con lui in videoconferenza per spiegarmi meglio il concetto.

Io non ho tempo da perdere in videoconferenze. Non ho tempo da perdere in alcunché non direttamente finalizzato al mio lavoro, e il mio lavoro si paga perché mi costa in termini di tempo, energie, fatica e discrete rotture di scatole. Sul gratis et amore Dei, mi spiace ma ho già dato.

Taglio corto. “Buongiorno, mi invii una proposta economica assieme a una proiezione della tempistica, per poter valutare se prendere parte al progetto”.

Ohè, non si è più visto né sentito.

Benvenuti nel fantastico mondo dei consulenti.

vignetta


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E’ uscito il mio libro “E-learning accessibile”

leaflet_verde2E’ finalmente stato pubblicato il mio libro E-learning accessibile. Progettare percorsi inclusivi con l’Universal Design.

Si tratta del primo testo che fornisce indicazioni metodologiche e operative per progettare e realizzare percorsi e-learning accessibili a tutti, tenendo in considerazione le diverse tipologie di disabilità: sensoriali, motorie, pluridisabilità e disturbi specifici di apprendimento. Partendo dall’analisi del dibattito internazionale, che negli anni recenti ha sviluppato un concetto di accessibilità centrato sugli aspetti pedagogici, relazionali e partecipativi per l’inclusione, questo lavoro propone delle linee guida per realizzare percorsi e-learning accessibili secondo il paradigma dell’Universal Design.

Le linee guida presentate nel volume rappresentano il primo tentativo sistematico di fornire a esperti e professionisti che si occupano di progettazione egestione dei percorsi e-learning degli strumenti flessibili e dinamici, attraverso i quali offrire agli studenti con disabilità la possibilità di vivere un’esperienza educativa di alto livello qualitativo basata sulla collaborazione in rete, la condivisione e la partecipazione attiva.

Il libro è indirizzato a progettisti della formazione, docenti, tutor, personale dei servizi bibliotecari e dei servizi di supporto, e in generale a tutti gli esperti che desiderano disporre di linee guida per la progettazione di percorsi e-learning accessibili a tutti nei vari livelli e contesti formativi.

Prezzo  del volume € 25,00

Per ordinare una copia direttamente all’editore scrivere a editoria@learningcom.it . Sconto del 20% sul prezzo di copertina, spese di spedizione incluse.

Scarica la locandina del libro E-learning Accessibile in formato PDF


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Digitofobia

Magnus-(Gold-Key)-015-01fcPare che negli ultimi tempi l’Italia stia facendo di tutto pur di perdere il treno dell’innovazione e piazzarsi agli ultimi posti della classifica mondiale. A partire dalla webtax, lampante esempio di imbecillità fiscale (e per di più contraria alle norme comunitarie) al centro di un uragano di proteste in rete, per passare alla proposta di una tassa su smartphone, pc o tablet nella “presunzione di reato” per i possessori che potrebbero fare copie illegali di materiale sottoposto a copyright, fino all’incentivazione di libri cartacei a scapito degli e-book; e non sono che pochi esempi.

Ma l’ultima illuminante puntata di questa drammatica soap è arrivata proprio dal ministro dell’Istruzione Carrozza, che parlando di “educazione digitale” sostiene che nell’epoca dei nativi digitali non ha senso considerarla una disciplina vera e propria ma è sufficiente limitarsi a farla entrare trasversalmente nei programmi, come l’educazione civica.

Ora, premesso che  quello dei nativi digitali è un costrutto astratto che non trova fondamento nella realtà (e ce lo spiega in modo breve e molto efficace Stefano Epifani nel suo blog) e che nelle scuole l’educazione civica di fatto non è insegnata, vorrei soffermarmi sul significato dell’espressione “educazione digitale”, che, usata così, non ha molto senso. Intanto sarebbe il caso di iniziare a utilizzare i termini adeguati, se ci occupiamo di scuola, formazione e istruzione: e, in questo caso, l’espressione corretta è “competenza digitale”. Forse per i non addetti ai lavori non fa molta differenza, ma visto che un ministro dovrebbe conoscere almeno i concetti di base del proprio lavoro, e considerando che ci sono esperti e specialisti che da anni nella Commissione Europea si sbattono per definire, chiarire e diffondere il concetto di “competenza”, magari è il caso di andare a vedere cosa significa.

Un giretto in rete di qualche minuto consente di verificare che già dal 2001 a livello Europeo si parla di “Competenze Chiave”, e che nel 2006 è stata pubblicata una Raccomandazione nella quale si identificano otto Competenze Chiave per l’apprendimento permanente. Tre osservazioni: intanto “competenza” è una combinazione di conoscenze, capacità a attitudini agita in un contesto; poi, le otto Competenze Chiave sono necessarie per l’autorealizzazione, lo sviluppo, l’inclusione sociale, la cittadinanza attiva e l’occupazione e come tali dovrebbero essere acquisite da tutti; terza osservazione, toh! guarda un po’: tra le Competenze Chiave c’è la competenza digitale.

Leggendo i documenti comunitari che fanno seguito alla Raccomandazione dovrebbe essere chiaro che il concetto di “competenza” è multidimensionale e differente da quello di “educazione a”: implica l’acquisizione di padronanza, il saper agire e trasferire questo sapere in contesti diversi, esercitare senso critico, saper risolvere problemi. Prendiamo la competenza digitale: non si tratta solo di acquisire un’alfabetizzazione e familiarizzione con le tecnologie (ossia il livello literacy ) ma “saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione” ed è supportata dalle “da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet”

Ora, presumere che l’acquisizione di queste capacità tutt’altro che banali passi per una semplice infarinatura di nozioni infilate in maniera trasversale nelle altre discipline e che la sola frequentazione del web e dei social networks crei in automatico “esperti” del digitale, significa non avere la minima idea di cosa si sta parlando. Che la competenza digitale sia trasversale è vero, ma è altrettanto vero che si tratta di un vero e proprio ambito disciplinare all’interno del quale lavorano professionisti che hanno alle spalle studi e pratiche. Non ci si improvvisa esperti del digitale e neppure “innovatori”.

Il JRC, Joint Research Centre della Commissione Europea, ha recentemente pubblicato i risultati di uno studio durato 3 anni per la definizione della competenza digitale e delle sue componenti e lo sviluppo di un modello per la sua valutazione; il tutto all’interno delle priorità dell’Agenda Digitale. European Schoolnet, un network Europeo che unisce 30 ministeri dell’educazione (e sì, anche il nostro) ha in corso il progetto KeyCoNet per introdurre le Competenze Chiave (e quindi anche la competenza digitale) a livello di curriculum in tutte le scuole europee. Il progetto europeo VINTAGE sta sviluppando uno strumento (guardacaso) online per l’autovalutazione delle Competenze Chiave, il cui primo prototipo è stato testato proprio per la competenza digitale. Da questi studi emerge il livello estremamente complesso della competenza digitale, che evidentemente non può consistere semplicemente nel saper usare strumenti tecnologici e non può essere limitata a un semplice “mezzo” per apprendere le altre materie. Basti pensare alle componenti della competenza digitale, estremamente eterogenee: saper cercare, valutare e archiviare le informazioni; saper comunicare, interagire e collaborare; saper creare contenuti e gestirne i diritti; saper proteggere identità e dati personali; saper risolvere problemi. Ciascuno di essi richiede una formazione specifica e non raffazzonata. Tutta la competenza digitale, nella sua globalità, è necessaria per abitare non solo il mondo digitale ma anche quello reale, quello fatto di smartphone, bancomat, elettrodomestici, servizi online per acquistare, pagare, leggere, conoscere, comunicare, consultare, iscriversi a scuola, studiare e lavorare.

E l’Italia? Pare che il nostro paese soffra di una diffusa fobia del digitale, la stessa che spinge assessori all’istruzione a staccare il wi-fi nelle scuole nella convinzione che sia dannoso. Propongo che siano i decisori politici i primi a seguire questo percorso di formazione, a iniziare dai concetti fondamentali. Forse l’Italia invertirebbe il moto retrogrado che la sta connotando come uno dei paesi digitalmente più arretrati e digitofobi d’Europa e del mondo.


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Cattivi maestri di valutazione

Scena del film "I 400 colpi" di Truffaut

Scena del film “I 400 colpi” di Truffaut

Nei corsi che faccio con insegnanti e formatori la valutazione è un argomento immancabile. Quando ne parlo, parte sempre da un semplice esercizio: chiedo ai partecipanti di ricordare, sulla base di uno schema-guida, la loro esperienza di studenti.

Lo schema riporta alcune domande che stimolano una riflessione personale: le strategie valutative usate dagli insegnanti, la frequenza e la finalità con cui erano usate. Oltre alla parte descrittiva, l’esercizio mira a far emergere le sensazioni provate, chiedendo al corsista come si sentiva durante interrogazioni e compiti in classe, come viveva il momento della valutazione, se sentiva di essere stato valutato in modo oggettivo, e quanto tali esperienze avevano influito sulla sua carriera di studente prima e di insegnante in seguito. Al termine, nella fase di socializzazione, facciamo insieme alcune considerazioni su come i modelli negativi di valutazione che hanno conosciuto da studenti siano più o meno inconsciamente perpetuati nella loro pratica d’aula; la consapevolezza di ciò li aiuta a riflettere su cosa la valutazione dovrebbe essere e cosa invece non dovrebbe essere.

Nel corso della mia carriera di studentessa ho avuto alcuni buoni maestri di valutazione, ma molti cattivi maestri. Fra tutti i cattivi maestri, i miei professori di scuola media; fra questi ultimi, la mia professoressa di storia, la signora B.

Le interrogazioni orali erano legate esclusivamente al voto numerico da assegnare a fine trimestre (si era negli anni ’70) e si svolgevano sempre in modo vessatorio ed estremamente soggettivo; e ogni volta che il professore di turno apriva il registro e faceva scorrere il dito sull’elenco dei nomi, in classe il terrore serpeggiava e tutti trattenevamo il fiato. Ma la signora B. aveva escogitato un sistema ancora più raffinato: si era munita di un sacchetto con i numeri della tombola ed estraeva a caso il numero corrispondente al nome elencato sul registro. Ancora ricordo con autentico raccapriccio il rumore dei numeri di legno agitati nel sacchetto e il senso di nausea e di paura legato a quell’esperienza. Inutile dire come si svolgevano le interrogazioni: legate al capriccio e all’umore di quel giorno della professoressa, basate sull’abilità mnemonica, pedanti e umilianti per chi non aveva una preparazione ritenuta adeguata, tutto quello che la valutazione non dovrebbe mai essere. E quello che non dimenticherò mai è l’espressione sadica e compiaciuta della signora B. mentre agitava  i numeri e leggeva la paura sui nostri volti.

E’ stato grazie a questa esperienza negativa che mi sono occupata di valutazione e che, agli inizi del mio lavoro di ricerca, ho intrapreso l’attività di storica dell’educazione. La signora B., che in storia mi reputava insufficiente, ne sarebbe stata dispiaciuta.

Abbiamo una sola strada per vendicarci dei cattivi maestri: comportarci in modo totalmente opposto.

Per chi volesse sapere che fine ha fatto la  signora B. (che all’epoca aveva una trentina d’anni): è viva e ha un profilo su Facebook, sul quale pubblica foto di tramonti rosei, cani amichevoli e nipotini sorridenti. Non insegna più, per nostra fortuna e per la fortuna di quanti, visitando il suo profilo e vedendo le sue foto, non sapranno mai quanto sia stata carogna e di quanta imbecillità didattica sia stata capace.


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The Ageing Brain: Neuroplasticity and Lifelong Learning

The role of adult education is becoming increasingly important in the framework of policies to promote lifelong learning. Adult participation in training activities, however, is still rather low, despite the incentives and initiatives aimed at allowing all citizens access to education and training at all ages in their lives.
Participation tends to decrease concomitantly with increasing age: the major difficulty that elderly people have in learning is due to a deterioration of brain function, causing a progressive weakening of concentration, memory and mental flexibility. Today, advanced researches in neuroscience show that brain ageing may be reversible: the brain is plastic in all stages of life, and its maps can restructure themselves through learning experiences.

The application of neuroscience theories about brain plasticity to adult education is essential to promote lifelong learning through the creation of learning environments based on competences, situated learning and active construction of knowledge.

Read the complete article in eLearning Papers, n. 29, 2012.

 


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L’e-learning accessibile: presentazione finale della ricerca

Ancora slides, sì: questa volta sono quelle conclusive, con le quali ho presentato la mia ricerca in sede di discussione della tesi di dottorato.

Temi, finalità, presupposti teorici, metodologia e risultati in una ventina di slides che illustrano il mio percorso di lavoro durato tre anni.

Desidero ringraziare tutte le persone che mi hanno dato aiuto e supporto partecipando all’indagine e fornendo risorse e suggerimenti preziosi.

Ringrazio anche le persone che non hanno potuto partecipare o aiutarmi ma che mi sono state comunque vicine e mi hanno incoraggiata nella ricerca.

Infine, un ringraziamento particolare alle persone che deliberatamente non hanno voluto aiutarmi o mi hanno creato degli ostacoli, dandomi modo di comprendere appieno il valore e la portata innovativa del mio lavoro.

 


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L’e-learning accessibile: un’indagine online

AccessibilityNel corso del 2011 ho realizzato un’indagine sull’accessibilità dell’e-learning somministrando una web survey a docenti ed esperti del settore e intervistando alcuni testimoni privilegiati. Chi mi segue sa che mi sto occupando dell’accessibilità dell’e-learning in chiave metodologico-didattica, in chiave di Universal Design; un breve riassunto dei termini della questione si trova nel mio articolo su ECPS e nelle slides della presentazione a  Didamatica 2011. Quelli che seguono sono i risultati sintetici della web survey.

Il panel

Il panel era costituito da 180 testimoni privilegiati scelti nel mondo accademico, della ricerca e delle strutture che si occupano dei temi della formazione, dell’e-learning, della didattica e della disabilità; a queste persone è stato rivolto l’invito a rispondere alla web survey e 112 di esse hanno aderito. La strategia di contatto degli utenti si basava sul rivolgere loro inviti a rispondere al questionario tramite social networks da essi frequentati (Facebook, Linkedin, Twitter, ecc.) e tramite mailing list.

Il questionario

La web survey consisteva in un questionario di 10 domande, strutturato in una parte anagrafica in cui si chiedeva agli intervistati di dichiarare l’attività svolta e se avevano disabilità,  una serie di domande relative alle conoscenze e alle pratiche degli interpellati riguardo l’accessibilità (quali ambienti di apprendimento hanno utilizzato/utilizzano per studio e lavoro, in quali contesti, quali standard di accessibilità conoscono) e le restanti domande in cui si chiedeva di esprimere un’opinione sulle principali tematiche dell’accessibilità metodologico-didattica (i fattori che contribuiscono a un impatto positivo dell’e-learning sulle persone con disabilità, quali misure adottare per rendere i corsi accessibili, che tipo di supporto offrire e quali figure coinvolgere nella progettazione e sviluppo dei corsi online accessibili). A gran parte delle domande si poteva dare più di una risposta, esprimendo differenti opzioni.

Il profilo degli intervistati

Hanno risposto 112 esperti, dei quali la maggioranza insegnanti e formatori (45,5%) e a seguire esperti di e-learning (17%), docenti e ricercatori universitari (15,2%), studenti (8,9%), tecnologi ed esperti tecnici (5,4%); nella categoria “altro” (20,5%) erano presenti psicologi, bibliotecari, consulenti e dottorandi di ricerca. 2 persone dichiarano una disabilità visiva, 2 una disabilità uditiva, 2 disturbi specifici di apprendimento e 1 una disabilità motoria. Nelle risposte si potevano dichiarare più attività.

Conoscenza e pratica dell’accessibilità

I dati tracciano un quadro di come è recepito il problema dell’accessibilità dell’e-learning da parte di persone che a vario titolo lo utilizzano per studio o per lavoro e che quindi hanno avuto almeno un’esperienza di corsi online. La maggior parte di esse dichiara di aver avuto esperienze di e-learning in contesti universitari. Gli ambienti maggiormente utilizzati sono i social networks (83,5%); seguono i LMS open source, utilizzati nel 73,4% dei casi, i siti web sociali personalizzabili (33%), i LMS proprietari (29,4%), gli ambienti ibridi personalizzati (22%), altro (11%).

Ambienti di apprendimento online utilizzati

Ambienti di apprendimento online utilizzati (clicca sull'immagine per ingrandirla)

In una domanda si chiedeva quali sono i fattori che contribuiscono maggiormente a far sì che l’e-learning sia una modalità di apprendimento efficace per gli studenti con disabilità; gli intervistati hanno ritenuto molto determinanti l’adattabilità di contenuti e risorse in altri formati e la riduzione degli svantaggi dovuti a spostamenti per raggiungere la sede formativa.

In un’altra domanda si chiedeva agli intervistati di indicare gli standard di accessibilità conosciuti: WCAG 2.0, ISO, IBM, specifiche della Legge Stanca, Linee Guida IMS, altri o nessuno standard. Gran parte degli intervistati conosce le normative della Legge Stanca (40,7%); seguono gli standard ISO (28,7%) e lo standard WCAG 2.0 (25%). Il 31,5% degli intervistati non conosce alcuna specifica;  il 14,8% conosce le Linee Guida IMS, standard per l’accessibilità dei corsi online.

Standard di accessibilità conosciuti

Standard di accessibilità conosciuti (clicca sull'immagine per ingrandirla)

Come  rendere accessibili i corsi online

Nelle ultime 4 domande si affronta il problema dell’accessibilità con l’obiettivo di rilevare le percezioni degli intervistati sugli ambiti e le opportunità di realizzazione di corsi online accessibili.

Nella domanda 7 si introduce il tema dell’accessibilità come chiave per la progettazione delle attività didattiche, distinguendola dall’accessibilità tecnologico-strutturale riguardante l’interfaccia e i contenuti e mettendola a confronto con la soluzione di limitare e semplificare materiali e attività didattiche anziché lavorare in direzione dell’accesso per tutti. Al primo posto (77,8%) viene l’accessibilità dei contenuti, al secondo (68,5%) quella delle attività e al terzo (60,2%) quella tecnologica della piattaforma. La “non accessibilità”, ossia la semplificazione di contenuti e strumenti e di conseguenza la limitazione ed esclusione dello studente con disabilità, è però indicata come opzione da 15 persone (il 13,9%).

La domanda 8 fa riferimento a diversi livelli di accessibilità di un corso online: (a) corso genericamente accessibile, nel quale si tende ad assicurare un’accessibilità strumentale, relativa a piattaforma e contenuti; il corso è uniforme e non adattabile; (b) corso progettato secondo linee guida dinamiche e flessibile che consentano personalizzazione e adattabilità;  (c) corso progettato “su misura” per gli specifici fabbisogni degli studenti effettivamente iscritti (soluzione di fatto inattuabile, poiché richiederebbe un eccessivo dispendio di tempi e risorse e la necessità di progettare da capo il corso a ogni nuova edizione); (d) corso non accessibile, dove si interviene caso per caso cercando di individuare soluzioni e correttivi per i disabili iscritti. Come si vede nel grafico, l’opzione b ha raccolto il maggior numero di consensi.

Soluzioni per progettare corsi accessibili

Soluzioni per progettare corsi accessibili (clicca sull'immagine per ingrandirla)

La domanda 9 è centrata sulle figure che dovrebbero dare guida e supporto agli studenti nelle attività online; solo una delle opzioni non contempla il supporto dato da persone, bensì da ausili e tecnologie. Dagli intervistati sono ritenuti importanti tutti i tipi di supporto elencati; il peer tutoring è considerato molto importante, in particolare, da dcoenti e ricercatori.

La domanda 10 fa riferimento al paradigma dell’Universal Design, che prevede la partecipazione di tutte le figure che gravitano attorno all’organizzazione ed erogazione del corso e degli studenti stessi, in quanto attori principali del processo di insegnamento/apprendimento. Per gli intervistati occorre coinvolgere tutte le figure; fa eccezione quella rappresentata da dirigenti e manager, da coinvolgere solo per il 3,6% degli interpellati).

Risultati

Le risposte date al questionario confermano, nel complesso, le ipotesi di lavoro della mia ricerca:

  • L’e-learning ha un impatto positivo sugli studenti con disabilità e presenta dei vantaggi su diversi livelli (domanda 5);
  • È necessario lavorare sulla progettazione di attività online accessibili, oltre a offrire i contenuti in formati alternativi e a rendere accessibile la piattaforma tecnologica (domanda 7);
  • È importante progettare l’ambiente virtuale di apprendimento e le attività servendosi di linee guida flessibili e dinamiche che consentano adattamento e e personalizzazione (domanda 8);
  • La presenza di tutor e specialisti che offrano sostegno e scaffolding in piattaforma è fondamentale, a dimostrazione che l’accessibilità impatta soprattutto sulle persone e non solo sull’interfaccia (domanda 9).

Il questionario era anonimo; ringrazio tutte le persone che hanno risposto, partecipando alla mia indagine e contribuendo alla realizzazione della mia ricerca. La web survey è stata pubblicata online con il software Surveymonkey. Seguite gli sviluppi del mio lavoro anche sul mio sito web.


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Il ritorno dei medici educatori

La nascita della pedagogia scientifica risale alla fine dell’Ottocento: è in quest’epoca che si assiste all’apparire di una nuova disciplina, la pedologia, intesa come studio scientifico del bambino (il termine sarà gradualmente sostituito con quello di pedagogia sperimentale).
Sono anni, questi, in cui la pedagogia è il risultato della collaborazione tra medici, insegnanti e antropologi. Non a caso molti dei pionieri dell’educazione sono medici: da qui il nome di “medici educatori” per questi studiosi che si occupano dei temi dell’igiene, della salute e dell’educazione infantile.

Nel 1895 lo psicologo e antropologo Giuseppe Sergi propone l’uso nelle scuole della carta biografica, un documento nel quale sono annotati i dati di carattere fisico, psicologico e sociale degli alunni e che rappresenta il primo tentativo organico di raccogliere e interpretare i dati per mezzo di strumenti adeguati. Attraverso la carta biografica si vogliono osservare i fenomeni complessi legati ai processi di sviluppo e di educazione per poter mettere a punto adeguate azioni formative.

Sergi fonda a Roma, nel 1882, il primo laboratorio di psicologia, che precede di qualche anno il laboratorio che sarà fondato dal medico Sante De Sanctis. Quest’ultimo è il fondatore della neuropsichiatria infantile, e si occupa dello studio dell’ambiente e della sua influenza sulle malattie psichiche dei bambini, per poter lavorare su strategie di recupero. Tra i medici educatori il nome più famoso è quello di Maria Montessori, prima donna in Italia a laurearsi in medicina e ideatrice di un metodo pedagogico che ancora oggi è applicato in tutto il mondo.

Il comune denominatore dei medici educatori è l’idea che i metodi didattici utilizzati per insegnare ai bambini con disabilità possano essere applicati con efficacia anche ai normodotati; lo stesso metodo Montessori, infatti, era stato inizialmente usato per educare i bambini che avevano un ritardo nello sviluppo psicofisico. Il concetto di fondo è che, in accordo con il paradigma del Positivismo, tutti gli individui possano essere educati per farne dei cittadini autonomi che contribuiscono alla crescita e allo sviluppo della società.

Oggi, dopo oltre un secolo di sviluppo della pedagogia e delle scienze dell’educazione, assistiamo a un ritorno in auge dei medici educatori: ne sono un esempio i pediatri che hanno recentemente sostenuto l’inutilità dell’insegnamento della scrittura corsiva nella scuola primaria, e ne è una conferma il recente passaggio del corso di laurea in Scienze dell’Educazione dell’Università La Sapienza dalla facoltà di Lettere a quella di Medicina. Ma quanto a fine Ottocento era innovativo, oggi appare anacronistico in un modo imbarazzante.


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Una conferenza europea sulla personalizzazione: Parigi, 30 marzo 2011

Abito su misuraSi terrà a Parigi il prossimo 30 marzo la Conferenza tematica europea sulla personalizzazione degli apprendimenti nell’educazione degli adulti. Interverranno esperti del mondo della formazione e dell’accademia in ambito internazionale.

La Conferenza è organizzata dal CNAM (Conservatoire National des Arts et Métieres) nell’ambito del progetto Grundtvig Leadlab, cofinanziato dalla Commissione Europea all’interno del Lifelong Learning Programme, e avrà luogo presso il CNAM – Amphi Jean-Prouvé, 292 rue Saint-Martin, Parigi.

Il Convegno è aperto a tutti e non è richiesta alcuna registrazione.  La lingua di lavoro è l’Inglese con traduzione simultanea in Francese.

Di seguito il programma della giornata.

Mercoledì, 30 Marzo 2011

CNAM – Conservatorio Nazionale delle Arti e dei Mestieri

Sede : Amphi Jean-Prouvé, Via Saint-Martin 292, Parigi III

9 :00    SESSIONE DI APERTURA

9 :00    Discorso di benvenuto del rettore Christian Forestier, Amministratore Generale (CNAM)

9:15     Introduzione di Marie-Pierre Degive, EACEA (Executive Agency Education, Audiovisual and Culture)

9:30     Presentazione del Progetto Europeo Grundtvig LeadLab di Eleonora Guglielman, Coordinatore del Progetto (Learning Community)

9:45 APERTURA DELLA CONFERENZA

PERSONALIZZARE L’APPRENDIMENTO: CHIUSURA O APERTURA?

Philippe Meirieu professore presso l’Università Lyon II, vice-presidente del Consiglio Regionale di Rhône-Alpes docente di LifeLong Learning

11:15 PRIMA SESSIONE PLENARIA

LA PERSONALIZZAZIONE E LA TRADIZIONE EUROPEA

Modera: Guy Jobert Professore al CNAM, cattedra in Educazione degli Adulti

11:15 Dibattito e stato corrente delle pratiche di personalizzazione in Francia di André Moisan Lettore Universitario Senior presso il CNAM

11:45 Dibattito e stato corrente delle pratiche di personalizzazione in Italia di Laura Vettraino, Ricercatrice Senior presso Learning Community

12:00 Dibattito e stato corrente delle pratiche di personalizzazione in Nord Europa diKennet Lindquist, Manager di NOEMA

12:15 Restituzione del dibattito – Guy Jobert

12:45 PRANZO

14:00 SECONDA SESSIONE PLENARIA

LE VARIE FORME DI PERSONALIZZAZIONE

Apertura di OIivier Las Vergnas, delegato all’integrazione professionale, alla formazione e attività e capo del dipartimento “Cité des Métiers”, presidente dell’associazione Francese di Astronomia.

14:00 La concezione delle città, una nuova forma di educazione popolare? di Olivier Las Vergnas

14:20 La personalizzazione nell’Educazione Permanente nel cantone Svizzero, di Ferruccio D’Ambrogio (FDEP – Fondazione per lo sviluppo dell’educazione permanente).

14:40 Accesso all’educazione e alla cultura per tutti attraverso i centri di auto-apprendimento nelle biblioteche pubbliche, di Anne Jay, responsabile dei centri di auto-apprendimento nelle biblioteche pubbliche, Centro Pompidou.

15:00 Restituzione del dibattito – OIivier Las Vergnas

15:10 TERZA SESSIONE PLENARIA

UN LABEL EUROPEO PER LA FORMAZIONE PERSONALIZZATA?

Introduzione di Michel Tétart, consulente di APapp (Association for the promotion of personalized learning workshops’ label)

15:10   La sfida: The training personalization and the new public procurement code in Europe, di André Moisan

15:30   Il servizio pubblico dell’educazione permanente in Germania: l’esempio della “Volkschoschulen” in Thuringia, di Ernst-Michael Christoph (TVV e.V.)

16:50   La riconfigurazione degli APPs in Francia: from a network supported by the State to a mutualist network around a Quality Label, di Anne-Marie Corbin, presidente dell’associazione APapp.

16:10   Restituzione del dibattito – Michel Tétart

16:45 SESSIONE CONCLUSIVA

Aperta da Jean-Claude Bouly, Direttore della Gestione e Società Scuola del CNAM.

17:30-19:30 DIBATTITO

L’ABILITÀ DI APPRENDERE E DI AGIRE AUTONOMAMENTE. DALL’INIZIATIVA PERSONALE ALLA RICOMPOSIZIONE SOCIALE.

Presentazione del libro: L’autoformazione. Prospettive di ricerca. Sotto la direzione diPhilippe CarréAndré MoisanDaniel Poisson.

Per maggiori informazioni potete consultare il sito del Progetto:  http://leadlab.euproject.org/.

Logo del Progetto Leadlab


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Indagine: l’accessibilità dell’e-learning

Nella società dell’informazione l’accesso equo alle tecnologie da parte di tutti gli utenti, compresi quelli che presentano problemi di disabilità, è considerato una priorità e un fattore chiave per l’esercizio della cittadinanza attiva. L’e-learning rappresenta una risorsa strategica che consente di superare gli ostacoli connessi alle tradizionali attività d’aula e che può rispondere efficacemente ai bisogni educativi speciali.

Emerge, a tale proposito, la necessità di progettare ed erogare percorsi caratterizzati dall’accessibilità, non solo dal punto di vista tecnologico ma anche da quello metodologico-didattico, al fine di garantire esperienze di apprendimento inclusive e di elevata qualità per tutti i discenti, a prescindere dalla loro disabilità.

Che cosa ne pensate? Qual è la vostra percezione dell’accessibilità dei corsi online? Rispondete alla Web Survey e contribuirete alla ricerca che sto svolgendo su questi temi. Il questionario online è anonimo, è composto di 10 domande e la sua compilazione richiede solo pochi minuti. Grazie per la partecipazione!

Link alla web survey sull’accessibilità dell’e-learning

 

Simbolo accessibilità computer

 


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Jurassic Congress

Dinosauri

Di ritorno da Milano, eccovi le mie impressioni sul VII Congresso Nazionale Sie-l che si è svolto dal 20 al 22 ottobre. Premetto che forse troverete questa nota un po’ troppo simile a quella che a suo tempo scrissi per Didamatica 2010, ma a mia discolpa aggiungo che avrei voluto offrirvi uno spaccato differente.

Ho assistito alle sedute plenarie con un senso di disagio che inizialmente non sapevo ricondurre a un motivo preciso. Poi mi sono resa conto (in ritardo, ma sono un po’ miope…) che al tavolo dei relatori c’erano le stesse facce che avevo visto a Didamatica. Età media: 60-70. Familiarità con le tecnologie: prossima allo zero (si chiama analfabetismo digitale). Successivamente ho realizzato che il principale motivo di disagio era che non si stava parlando di e-learning. Semplicemente, l’e-learning non c’era; e se c’era era di sfondo, come un nebbioso panorama richiamato dai relatori con l’uso del termine – quando non lo chiamavano “formazione a distanza”.

Seduta sulla poltrona rivestita in pelle umana della sala convegni del Politecnico ho cercato di seguire il filo dei discorsi, ma confesso che lo sbadiglio subentrava impietoso. Sembrava uno dei tanti convegni di Confindustria in cui tutti parlano e tu, in sala, capisci le parole ma non riesci a dare un senso compiuto al discorso, un’utilità, un’attinenza con il tema trattato. L’esponente del ministero racconta che nel loro sito hanno aperto uno spazio riservato in cui i funzionari possono andare a prelevare i documenti facendone il download. E il chairman entusiasta commenta: fantastico, quello che fate è e-collaboration, e ci vedo anche molto apprendimento informale! (Confesso che a quel punto mi sono dovuta sforzare per non scoppiare a ridere).

Il referente di uno dei maggiori istituti di ricerca, presente nel 90% dei progetti europei, illustra il suo discorso con noiose slides testuali che non riesce ad aprire confessando candidamente la sua totale estraneità con le tecnologie. Chissà la faccia se anziché fuggire dopo il suo intervento avesse assistito alla presentazione con Prezi fatta il giorno dopo…

Sul programma ho cercato invano i nomi delle persone che in Italia si occupano di e-learning a livello di eccellenza. Tutti o quasi assenti; presenti, in compenso, illustri esponenti dell’intellighenzia accademica e istituzionale, quelli che stanno al vertice della gerarchia mentre gli altri, negli scantinati, fanno ricerca.

Ho fatto la mia relazione proprio in uno scantinato, il luogo dove eravamo relegati, per la maggior parte, noi più “giovani” (???) e meno conosciuti ricercatori, mentre i dirigenti nella sala in pelle umana si vantavano di come il Congresso, bontà loro, fosse aperto alla partecipazione delle nuove generazioni che hanno qualcosa da dire. E’ tra la polvere che ho assistito alle presentazioni più interessanti, ai tentativi di svecchiare e proporre qualcosa di nuovo in un campo che ormai sembra arenarsi sugli scogli dei learning objects. Tutto questo mentre proseguivano le plenarie di chi spacciava per innovazione vecchi residui ammuffiti di pratiche più o meno tecnologiche vecchie come il cucco.

Il panorama è, come al solito, sconsolante. Se consideriamo che questo è uno dei quattro-cinque (forse meno) convegni italiani più importanti sull’e-learning, non è solo sconsolante ma disastroso. E il fatto che le inevitabili ripercussioni con conseguente dibattito su Facebook, con gli interventi dei più noti esperti di e-learning, siano etichettate da uno degli organizzatori come un “tam tam che ingigantisce l’accaduto”, dimostra la sordità e la cecità di chi continua e continuerà a parlarsi addosso sugli scanni dei tavoli dei blasonati relatori.

 


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“E-learning and disability”: le slides del mio intervento all’ECTEL 2010 Doctoral Consortium

Il Doctoral Consortium si è svolto parallelamente al Convegno Internazionale EC-TEL 2010 a Barcellona, il 29 settembre 2010. Ecco la presentazione del mio intervento relativo alla mia ricerca di dottorato sull’e-learning accessibile, attualmente in corso presso l’Università Roma Tre.

 


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Le mutande di John Dewey

La tazza di John Dewey

Il mio amico e collega Giorgio Coso (in questi casi l’anonimato è d’obbligo) non si è ancora ripreso dall’ultimo concorso universitario cui ha partecipato. Giorgio ha alle spalle una carriera di tutto rispetto: ha sempre avuto la passione per l’insegnamento e si è, come si suol dire, “fatto da solo”, studiando e lavorando sodo a costo di sacrifici. Ha iniziato a insegnare negli istituti tecnici in giovane età e nel frattempo ha conseguito due lauree (di cui una in filosofia);  negli anni ha scritto una ventina di libri di storia, pedagogia e didattica, ha coordinato ricerche internazionali ed è uno degli esperti del Lifelong Learning Programme della Commissione Europea.

Quando si presenta ai concorsi universitari Giorgio fa sempre un’eccellente figura e immancabilmente mette in imbarazzo la commissione giudicatrice. Perché regolarmente si vede passare avanti candidati, spesso matricole, che hanno scritto un solo libro su un solo argomento, l’unico che conoscono, di dubbia rilevanza e ancor più dubbio valore scientifico.

Il fatto è che sempre più sovente assistiamo all’assegnazione  di cattedre universitarie a personaggi che hanno al loro attivo saggi su quelle che noi scherzosamente chiamiamo “le mutande di John Dewey”: dissertazioni inutilmente pedanti su aspetti misconosciuti e francamente poco interessanti di personaggi celebri e meno celebri. Così, mentre proliferano (e vengono finanziate) ricerche sul fondo archivistico di Ciccio Vattelapesca, oscuro scribacchino ottocentesco che dimorò in un paese montano ormai abbandonato, e testimonianze sui carteggi della zia del compagno di banco di Croce, vediamo crescere il numero di insegnamenti universitari assegnati a biografi che sanno vita, morte e miracoli di un filosofo famoso ma non capiscono un’acca del suo pensiero,  e a riciclatori  imperterriti della propria tesi di laurea scodellata e ripubblicata con vari titoli.

Mentre Giorgio scrive l’ennesimo libro (non riciclato, il suo) tentando di farsene una ragione, la prossima volta che vedete in libreria un saggio sulla teiera sbeccata della Montessori sfogliatelo con rispetto: pensate che, probabilmente, ha fruttato al suo autore una cattedra da professore associato.


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Il bestiario dell’e-learning

I convegni, specie quelli organizzati dalle grandi lobbies, possono essere deludenti e per certi aspetti deprimenti, ma hanno il grande vantaggio di rinfrescarci la memoria sulla reale situazione in cui versano determinate aree professionali e del sapere. E’ il caso di Didamatica 2010, che tra alcune perle degne di nota e di interesse ha offerto un panorama squallido ma preciso della percezione dell’e-learning nel nostro paese e e del livello scientifico che accompagna la divulgazione e le pratiche messe in atto nei diversi contesti formativi.

Scrivevo a suo tempo, nel Glossario Isfol, che l’e-learning non è solo “apprendimento elettronico” ma anche e soprattutto  progettazione di ambienti di apprendimento aperti, distribuiti e flessibili, centrati sul soggetto che apprende e basati sull’interazione e e sulla condivisione delle risorse. Una definizione che proprio in quanto definizione appare in parte superata, ma straordinariamente innovativa se consideriamo il tenore di taluni interventi che sono stati presentati nell’ambito delle tre giornate di Didamatica.

Nell’assistere alle relazioni ho così scoperto molte cose. Tra queste: che per imparare il problem solving da oggi c’è una patente ECDL che ne certificherà le capacità grazie all’uso “esperto” di strumenti basati su Excel; che la massima preoccupazione di chi progetta ed eroga e-learning deve essere la rispondenza agli standard SCORM; che i learning objects sono oggetto di un’ontologia e quindi di una riflessione sui massimi sistemi filosofici; che Moodle è lo stato dell’arte dell’e-learning; e, dulcis in fundo, che il monitoraggio della partecipazione in un corso online può assumere inquietanti risvolti polizieschi.

Quest’ultima cosa assume dei risvolti involontariamente comici. In uno dei contributi gli Autori, che con estrema disinvoltura mescolano i concetti di piattaforma, classe virtuale e web 2.0, ipotizzano un sistema di monitoraggio della partecipazione basato sui tracciamenti dei login e su strumenti di analisi delle interazioni con relativa produzione di sociogrammi. Ma, non paghi, si spingono fino a illustrare un dispositivo di rilevazione delle presenze che avverte il docente quando l’allievo rimane inattivo per più di tre minuti di seguito. A questo punto dovrebbe scattare l’applauso: dopo anni di studi seri sulle pratiche valutative delle interazioni in rete, ci si avvia alla conclusione che il migliore riscontro dell’interesse e della presenza è verificare che l’allievo sia incollato alla sedia e con l’occhio bovino fisso alla videolezione snocciolatagli dal docente di turno. Se la cosa non fosse drammaticamente seria ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate: invece no, c’è chi ci crede e che, cosa ancora più preoccupante, trova ascolto e finanziamenti per la produzione e l’uso di periferiche da film di quarta categoria  a imitazione di Arancia Meccanica.

Quella che Gianni Marconato ha definito “demenzialità” assume i contorni allarmanti di un’azione sistematica di distruzione della logica e del buon senso che guidano le pratiche, innovative e non, di chi lavora seriamente sul campo e non si improvvisa esperto né, tantomeno, inquisitore della formazione.

Se volete leggere un Glossario serio dell’e-learning ne potete trovare alcuni in rete; ma se volete dilettarvi a leggere un Bestiario dell’e-learning, scorrete gli atti di Didamatica.


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“Stampami il Forum”

Dopo anni di lavoro nei variegati mondi della formazione tra scuola, università, privati e quant’altro riesco ancora a stupirmi dell’approssimazione e della superficialità con cui sono liquidate le questioni relative alla valutazione dell’e-learning. Già su quest’ultima parola ci sarebbe da ridire: il 90% delle volte, infatti, chi la utilizza lo fa a sproposito, riferendosi alle forme più bieche di trasmissione delle conoscenze del tipo “guarda e deglutisci” dove l’innovazione più spinta e strombazzata è quella che propone oggetti multimediali con tanti effetti speciali e tanta povertà di contenuto.

Ma questo sarebbe il meno. E’ dove si sperimentano forme più vicine all’e-learning propriamente detto che emergono le più spassose interpretazioni di come dovrebbero essere valutati i processi collaborativi che si svolgono in ambienti ormai noti, come forum e wiki. Come molti sanno, la burocrazia che regna negli enti pubblici e nelle università non dà scampo. Assistiamo così all’imposizione di segnare puntualmente su appositi registri delle presenze i tempi di “permanenza” in rete, o all’obbligo di erogare le ore di formazione online esclusivamente dal lunedì al venerdì in orari di ufficio, con buona pace del significato di asincronicità.

Gli esiti più divertenti, però, sono quelli in cui si cerca di risolvere le esigenze formali di una valutazione degli apprendimenti traducendo le forme di interazione sociale, che sono notoriamente reticolari, in documenti cartacei di tipo sequenziale. E’ quanto accade quando si richiede di stampare in formato cartaceo i wiki realizzati sulla piattaforma dal gruppo collaborativo; oppure, cosa ancora più incongruente, l’estrapolazione degli interventi nel forum del singolo studente. Sarebbe utile, a questo punto, spiegare a chi propone assurdità del genere che cos’è un wiki; o più semplicemente, un ipertesto; o meglio ancora, una mappa reticolare; oppure… oppure andare ancora più a monte spiegando che cosa sono i processi di costruzione sociale della conoscenza. E continuare illustrando che cos’è un forum, che cosa significa la ramificazione dei thread, e tutte queste belle cose.

Dubito, però che servirebbe a qualcosa; e mi limiterei a considerare divertente lo straparlare a proposito di ciò che non si conosce, se non fosse che rende completamente vani tutti gli studi e la fatica sulla valutazione delle interazioni e della partecipazione in rete che quotidianamente chi come me si occupa seriamente di e-learning si sobbarca. Il che, francamente, mi fa infuriare.

Vorrei, quindi, non dover sentire più la richiesta “stampami il forum”; e non dover più pensare, mentre mi dò da fare ad argomentare le ragioni per spiegare il mio rifiuto,  “perché non stampi tua sorella”?


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Coltivare comunità di pratiche e comunità di apprendimento. L’intervento di Etienne Wenger a Roma Tre

Learn

In occasione del primo Primo Seminario Internazionale di Pedagogia del Lavoro, organizzato il 3 novembre 2009 dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, Etienne Wenger ha illustrato i concetti fondamentali delle comunità di pratica e il loro ruolo nella società della conoscenza.

Wenger è considerato il pionere degli studi sulle comunità di pratica e il primo ad averne formalizzato il concetto, dando l’avvio a un filone di studi che si muove in una campo interdisciplinare tra scienze dell’educazione, psicologia, tecnologia e antropologia, raccogliendo le suggestioni delle teorie cognitiviste e costruttiviste.

I primi studi di Wenger, infatti, riguardano l’intelligenza artificiale e gli intelligent tutoring systems. Le riflessioni sui processi di apprendimento lo hanno però indotto a considerare insufficienti le spiegazioni cognitiviste, che si limitavano a descrivere il modo in cui avviene l’elaborazione dell’informazione senza addentrarsi nel problema del significato che sta dietro l’informazione stessa e che determina il modo in cui apprendiamo.

A partire da queste riflessioni Wenger ha iniziato a elaborare una teoria su base costruttivista, dove l’apprendimento è un processo di costruzione del significato che avviene in un contesto sociale e comprende quattro dimensioni:

significato: qual è la nostra esperienza?

identità: chi e che cosa diveniamo?

pratica: che cosa facciamo?

comunità: a che contesto apparteniamo?

Apprendimento di un comportamento e crescita personale all’interno di una comunità sono un unico processo; il cambiamento dell’esperienza dei membri della comunità equivale al cambiamo della competenza in seno ad essa. L’appartenenza a una comunità ha inizio quando si capiscono i suoi confini conoscitivi, in pratica le sue “frontiere”; e si può dire di far parte di essa quando si è in grado di contribuire in modo significativo ai suoi saperi introducendo nuovi elementi. Le comunità non sono un’invenzione recente: al contrario, esse costituiscono il fondamento della scienza moderna. E’ tuttavia negli ultimi anni che stiamo assistendo alla loro diffusione consapevole nelle organizzazioni, in uno scenario culturale postfordista.

Attualmente coesistono due tendenze nella diffusione del sapere: verticalizzazione e orizzontalizzazione. La verticalizzazione è basata sulla codificazione, le regole, le istituzioni, i processi di controllo, i repertori competenziali. L’orizzontalizzazione si basa invece sulle comunità e i network, la comunicazione peer-to-peer, la creatività, l’identità personale e i significati personali. In entrambe le tendenze il ruolo delle tecnologie è cruciale; pensiamo, per quanto riguarda l’orizzontalizzazione, all’espressione individuale attraverso i blog, agli strumenti di collaborazione collettiva, ai social network.

Wenger ci lascia con un interrogativo ancora aperto: come può l’educazione rimanere rilevante e utile nel 21° secolo?


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Complex Learning: un modo possibile di essere DULP

k0137298Tra i nuovi paradigmi formativi che stanno emergendo negli ultimi anni il DULP ha la caratteristica di rappresentare i processi di insegnamento e di apprendimento nelle forme variabili della liquidità moderna.

DULP è

D per Design Inspired Learning

U per Ubiquitous Learning

L per Liquid Learning Places

P per Person in Place Centred Design

Un approccio innovativo mirato a supportare forme di apprendimento che assumono un carattere sempre più ubiquo e che si svolgono in contesti liquidi e coevolutivi, in cui il soggetto è chiamato a gestire il proprio processo di apprendimento in un’ottica di autorealizzazione e connettività sociale.

Il modello del Complex Learning si sposa alla filosofia del DULP, essendo caratterizzato da apertura, dinamicità, flessibilità, ibridazione tra ambienti, linguaggi e modi di interazione; come tale appare un’efficace risposta alla sfida della complessità e dell’imprevedibilità delle forme, le strade e gli esiti dell’apprendere. In esso la possibilità di costruire un ambiente di apprendimento personalizzato attraverso l’uso di tecnologie e strumenti di comunicazione di uso comune  promuove l’attivazione di dinamiche di apprendimento che affrontano i problemi della conoscenza riflettendo la complessità del mondo reale e delle relazioni sociali che si instaurano in esso.

Esistono molte vision del Complex Learning; nella nostra definizione è “un approccio che va oltre il blended learning – inteso come somma della dimensione virtuale e quella presenziale […] con la sua molteplicità di attori, risorse, forme e mezzi di comunicazione, dove il risultato è maggiore della somma dei suoi componenti […].  Il termine complex esplicita la complessità delle dinamiche che si attuano grazie al valore aggiunto che si integra a presenza e distanza e che è rappresentato dalla ri-configurazione fra le diverse tipologie di modelli di e-learning, da nuovi legami e nuove gerarchie tra i media, nuovi linguaggi e nuove modalità d’interazione e quindi di “rimediazione” “.

Il Complex Learning ha luogo in un ambiente composito e multidimensionale nel quale gli oggetti non si presentano più come chiusi e auto-consistenti, ma portano con sé il segno delle trasformazioni che subiscono in virtù dell’interazione con e tra i soggetti che non si limitano a fruirne ma li trasformano e li producono. Il ruolo dei soggetti cambia e non è fissato una volta per tutte: ciascuno può esprimere la propria competenza e la propria tutorship in relazione a ciò di cui è maggiormente esperto. La multiattorialità è un altro elemento che sposta l’esperienza oltre il “recinto” del corso, collocandola in una molteplicità di luoghi, concreti e virtuali, abitati e in quanto tali reali. Ciò rende possibile l’acquisizione di competenze aperte, collaborative, orientate al processo; lo sviluppo di capacità metacognitive, di pianificazione, monitoraggio, e valutazione del proprio percorso formativo; il collegamento tra le conoscenze disciplinari, le applicazioni pratiche e la ricerca scientifica; la condivisione dei saperi tra i partecipanti.

L’evento DULP è un’occasione per illustrare il modello del Complex Learning nella declinazione che Learning Community ha delineato e sperimentato, e già descritta in alcuni nostri lavori. Tenteremo, in quella sede, di individuare i punti di contatto tra le quattro dimensioni del DULP e le possibili letture del modello del Complex Learning, per capire quanto quest’ultimo “può essere DULP”.

Il 14 settembre alla 11.30 io e la mia collega Laura Vettraino presenteremo la relazione dal titolo Complex Learning. Un modo possibile per essere DULP; nel pomeriggio, nella sede del DULPCamp, discuteremo sulle applicazioni pratiche del modello in relazione alla figura del complex tutor nel tentativo di delinearne una mappa delle competenze.  Ricordo che l’evento si svolgerà il 14 e il 15 settembre nella sede dell’Università di Tor Vergata a Roma, aula  T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

Il programma del DULP, scaricabile dal sito, si è ora arricchito con la lista degli interventi al DULPCamp.


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DULP 2009: il programma

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E’ online il programma del DULP 2009, l’evento-convegno che si svolgerà a Roma il 14 e 15 settembre 2009 e del quale ho già dato notizia in questo blog.   Sono previste sessioni teoriche, demo e un DULP Camp dove sarà possibile discutere e condividere esperienze e strumenti.

Io parteciperò per Learning Community con la mia collega Laura Vettraino alla sessione mattutina del 14 settembre, con l’intervento Complex learning, un modo possibile per essere DULP,  e al DULP camp nel pomeriggio della stessa giornata.

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Programma del DULP 2009
Settembre 14

ore 8:30 – 9:00 -> Registrazione

ore 9:00 – 10.00 -> Presentazione dei contenuti del Demo-DULP

– Esperienze didattiche in ambienti virtuali 3D
Annalisa Boniello

– Saperi P2P
Salvatore Iaconesi, Luca Simeone

– A New European distance training environment delivering VET services: In.Tra.Net system
Maria Riccio, Chiara Sancin, Barbara Caruso

– NET4VOICE – Il riconoscimento vocale come ausilio alla didattica
Cinzia Buscherini, Danila Cremesani, Marco Santini, Gioachino Colombrita, William Costantini, Daniela Tibaldi

– Ambienti “mimetici”: varcare il confine tra off- e on-line
Stefano Penge, Ugo Longo

– E-Portfolio Garamond (titolo da confermare)
Mario Rotta

– DIEL Demo
Francesco Di Cerbo, Gabriella Dodero, Paola Forcheri

– ARE: Ada Rendering Engine
Stefano Penge, Maurizio Mazzoneschi, Vito Modena

ore 9:45 – 11:15 -> Demo-DULP (sessione demo)
(N.B. le demo resteranno attive durante il corso di tutta la giornata)

ore 11.30 – 13:45 -> DULP: riflessioni e suggestioni teoriche

– DULP: complexity, “organicity”, liquidity
Carlo Giovannella

– Complex Learning. Un modo possibile di essere DULP
Eleonora Guglielman, Laura Vettraino

– L’apprendimento fra reale e virtuale: percorsi, processi identitari e appartenenze comunitarie
Andrea Volterrani, Angela Spinelli

– La sabbia e la farfalla. Controllo e complessità nell’apprendimento
Marcello Bettoni

– Self-regulated and Informal Learning: Understanding How New Digital Contexts Support Autonomous Learning Processes
Verónica Donoso, Licia Calvi

ore 15:00 – 18:15 -> DULPcamp

ore 18:15 – 19:15 -> Tutorial

– Internet 2.0 e Open Source per la didattica scolastica
Elisa Spadavecchia

ore 20:00 -> Fraschettata DULPCamp

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Settembre 15

ore 9:00 – 10:45 -> DULPcamp: definizione collettiva di un’agenda per il futuro

ore 11:00 – 13:15 -> Il DULP e le discipline

– Wiki e Matematica: costruzione di competenze
Michele Baldassarre, Anna Lucia Averna

– Collaborative Language Learning for Professional Adults
Linda Joy Mesh

– Lingue classiche, complessità e competenze
Marialetizia Mangiavini, Marcello Bettoni

– Ubiquitous Anthropology
Luca Simeone, Salvatore Iaconesi

– Collective drawing
Roberto Grossa, Cristina Stefanelli

ore 14:15 – 16:45 -> Strumenti per il DULP

– Portar via per condurre altrove: suggestioni e annotazioni metodologiche sull’orizzonte di senso di una blogoclasse
Andreas Robert Formiconi, Maria Grazia Fiore

– La buona educazione nella scuola che cambia, ossia il bicchiere mezzo pieno della didattica digitale (Invece di bandire i telefonini dalla scuola, proviamo a farne un uso appropriato, cioè didattico)
Raffaella Conversano, Maurizio Binacchi

– Un ambiente integrato per l’apprendimento allargato
Alida Favaretto

– A socio-constructivist perspective on self-assessment: a study case
Paola Nicolini, Tamara Lapucci

– Traces, monitoring … and assessment for DULP
Carlo Giovannella, Andrea Camusi, Chiara Spadavecchia, Valerio De Gioannis, Luca Imperatore, Valerio Allegra

ore 17:00 – 19:00 -> Tutorial

– “A new LIFE”
LIFE’s developers and users

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L’evento si terrà principalmente presso l’Università di Tor Vergata, nell’aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

DULP ha anche un gruppo su Facebook.


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Autoformazione: il libro di Giulio Beronia

AutoformazioneBeronia

“Imparare ad imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento, di organizzare il proprio apprendimento anche mediante una gestione efficace del tempo e delle informazioni, sia a livello individuale che in gruppo. Questa competenza comprende la consapevolezza del proprio processo di apprendimento e dei propri bisogni, l’identificazione delle opportunità disponibili e la capacità di sormontare gli ostacoli per apprendere in modo efficace”.

E’ a partire da questa Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006) e alle priorità ad essa connesse che si sviluppa il discorso del libro di Giulio Beronia, Autoformazione, che sarà presentato il prossimo 14 luglio all’AIF (Associazione Italiana Formatori).

L’Autore, Giulio Beronia, è un giovane esperto di formazione che da diversi anni si occupa di progettazione, ricerca e sperimentazione educativa e formazione dei formatori. Il suo volume rappresenta lo stato dell’arte dell’autoformazione, ripercorrendo le diverse definizioni e valenze del concetto, con una puntuale analisi della letteratura e una serie di interviste a testimoni privilegiati che dell’autoformazione hanno fatto il loro campo di studio e indagine o che ne hanno avuto diretta esperienza in quanto fruitori.

L’autoformazione non è soltanto una forma autonoma di apprendimento, bensì un modo complesso di imparare in cui entrano in gioco meditazioni autoriflessive, autobiografiche e autovalutative. Nell’autoformazione il soggetto mette in atto strategie di autodirezione attraverso il supporto di dinamiche di autorealizzazione e automotivazione; in tal senso essa rappresenta l’apice di un processo formativo in una  progressività di acquisizione dei saperi, dove la dimensione collettiva non è esclusa ma valorizzata e integrata.

La presentazione del libro, organizzata dall’AIF,  si svolgerà a Roma il 14 luglio 2009 presso la sede di FS Formazione in via Savoia, 19, a partire dalle ore 17.00.

Interverranno Amarildo Arzuffi (Fondimpresa), Marco Guspini (dirigente scolastico), Paolino Serreri (Università degli studi Roma Tre) e Giovanna Spagnuolo (Isfol); l’incontro, moderato da Myriam Ines Giangiacomo (Ferservizi) si inserisce nel ciclo di incontri coordinato da Paolo Viel, vice presidente AIF.

Un’occasione preziosa per confrontarsi sull’autoformazione e per incontrare il brillante autore di un testo che completa il panorama della letteratura su questi temi.


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Un dibattito sugli e-book

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Il dibattito sugli e-book che si è svolto in rete nelle scorse settimane e del quale ho dato notizia nel blog ha visto la partecipazione di numerosi esperti, tra cui la sottoscritta, i cui interventi sono stati raccolti in un libro, naturalmente elettronico.

L’operazione è stata realizzata da Agostino Quadrino, direttore di Garamond, che ha riunito in un e-book tutti gli interventi sull’argomento di discussione  “e-book a scuola, ideologia e interessi” aperto sul gruppo della casa editrice su Facebook. L’e-book è disponibile sul sito dell’editore, dove può essere prelevato gratuitamente, (è rilasciato con licenza Creative Commons) dopo una semplice registrazione; raccoglie 200 interventi postati tra il 26 aprile e il 18 maggio 2009 e che hanno contribuito alla costruzione di un’opera aperta e collaborativa.

L’iniziativa ci sembra interessante e mette a disposizione di tutti il patrimonio di scambi di pareri e di idee che si è andato accumulando nei giorni del dibattito tra chi è favorevole all’introduzione degli e-book nelle scuole e chi intravede invece nell’operazione delle criticità; il tutto nell’ottica di un confronto positivo e appassionato, a riprova di come anche i social network siano un luogo di costruzione di conoscenza.


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La forma piatta dell’e-learning e la vita liquida dell’apprendimento

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Da un paio d’anni a questa parte sono stufa di sentire parlare di e-learning: il solo termine mi dà la pelle d’oca. I motivi sono diversi, primo tra tutti è constatare che il termine è ormai inflazionato e non rispecchia più quello che doveva essere il portato innovativo della formazione in rete rispetto alla formazione a distanza, altrimenti detta FaD. Il mio, tengo a precisarlo, non è snobismo nei confronti di un termine che sta diventando popolare e quasi onnipervasivo, né , tanto meno, il desiderio di coniarne un altro per lucidare a nuovo abiti logori.

A parlare di e-learning oggi si rischia di imbattersi nelle modalità più becere di formazione a distanza: quelle, per intenderci, in cui si erogano contenuti statici in ambienti asfittici, ripetendo le dinamiche usuali nella didattica trasmissiva. I famigerati “WBTfici” nella migliore delle ipotesi. Che dire poi delle piattaforme: tutte uguali, somiglianti a se stesse, diventano un surrogato e sovente una brutta copia dell’aula nel proporre una formazione bidimensionale, appunto da piatta-forma.

Queste e altre cose le sto dicendo da diverso tempo, e quando parlo di complex learning mi riferisco a un modello che sfrutti al meglio le potenzialità degli ambienti di rete, virtuali e non, svincolandosi definitivamente dalla forma piatta delle varie infrastrutture per creare spazi aperti, flessibili e capaci di ibridarsi tra loro. Dove l’ambiente di apprendimento sia ridisegnato da chi lo usa, e l’esperienza di apprendimento non sia limitata nella camera stagna di un luogo predefinito.

Oggi questa esigenza di “liquidità” degli ambienti e delle esperienze di apprendimento si sta concretizzando nella sperimentazione di modelli e iniziative innovative; dopo tanto tempo, per la prima volta non ho più l’impressione di parlare al vento. Un evento, in particolare, segnalato da Gianni Marconato nel suo blog, ha attirato la mia attenzione: si tratta del DULP, il cui acronimo sta a significare:

D per Design Inspired Learning 
U per Ubiquitous Learning 
L per Liquid Learning Places 
P per Person in Place Centred Design  

Ossia:  apprendimento ispirato dalla progettazione; apprendimento ovunque; luoghi di apprendimento liquidi; progettazione con al centro la persona. Il DULP è definito un “nuovo paradigma” dai suoi fondatori; che lo sia o no, è stato sviluppato nell’Università di Roma di Tor Vergata e, nel tempo, ha coinvolto le Università di Catania e Siena e una prima rete di scuole e singoli docenti desiderosi di sperimentare. Il 14 e 15 settembre si terrà il primo evento DULP 2009  all’Università di Tor Vergata, nell’aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

Scrivono i promotori:  Facile prevedere che gli attori dei futuri processi formativi popoleranno nomadicamente spazi fisici sempre più sensibili e responsivi, interagiranno con questi ultimi in maniera estremamente naturale utilizzando i gesti, il parlato, la propria emotività dando sempre meno peso agli aspetti funzionali e vantaggio delle cosiddette “use qualities” a definire “the one’s personal EXPERIENCE”.

Se i risultati saranno pari alle premesse, il futuro prossimo venturo è già arrivato, in forma multidimensionale. E’ ora di uscire dalle due dimensioni dell’e-learning versione “figura piana” e abbracciare un’idea di apprendimento a tutto tondo.


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Oltre l’e-book: le risorse aperte in rete e l’Open Access

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In questi giorni si sta svolgendo in rete un interessante dibattito sugli e-book,che vede contrapporsi le argomentazioni dei fautori entusiasti e quelle dei critici dubbiosi. I toni di questa discussione sono riassunti efficacemente da Gianni Marconato nel suo blog.

Tra i vari spunti dati dai partecipanti, uno dei più stimolanti è quello che torna alla questione delle risorse aperte e condivise. Uno dei leit-motiv del dibattito, infatti, concerne lo sviluppo e la diffusione di un un nuovo modo di concepire i materiali didattici, uscendo dal confine del manuale cartaceo per introdurre nella scuola materiali ipertestuali e ipermediali; e, non ultimo, affrancarsi dalla logica dei grandi gruppi editoriali per proporre risorse fluide, flessibili e implementabili a un costo accessibile.

A questo riguardo Antonio Fini fa notare  giustamente che i contenuti degli e-book costituiscono comunque prodotti a pagamento e soggetti a vincoli di copyright; e che l’innovazione, da questo punto di vista, sarebbe solo apparente. Mi sembra utile riprendere il discorso delle risorse aperte in rete, che a livello educativo ha dato vita a un vero e proprio movimento denominatosi edupunk, e che vede il proliferare di iniziative e portali in cui si possono prelevare materiali, articoli e saggi di ottima qualità.

La cosa non è nuova. Già da alcuni anni esiste un movimento, Open Access, nato in ambito accademico, a favore della libera diffusione di contenuti attraverso Internet, nato per svoncolare gli autori dal giogo della pubblicazione su riviste scientifiche a pagamento. L’editoria scientifica, infatti, è controllata da un piccolo numero di gruppi editoriali distribuita a costi talmente elevati che spesso le stesse istituzioni accademica non sono in grado di sostenerne i costi.  Open Access combatte contro la proprietà intellettuale nella comunicazione scientifica promuovendo forme alternative di comunicazione che si avvalgono delle tecnologie di rete: l’accesso all’informazione scientifica deve essere gratuito, almeno nella sua forma elettronica.

Un’iniziativa analoga è il  Progetto Science Commons, varato dall’organizzazione non profit Creative Commons, varato nel 2005 con l’obiettivo di promuovere l’innovazione nella scienza abbattendo i costi legali e tecnici per la diffusione e il riutilizzo dei lavori scientifici; il progetto si propone di perseguire queste finalità rimuovendo gli ostacoli alla collaborazione scientifica incoraggiando i ricercatori, le università e le imprese a condividere letteratura scientifica, dati e materiali.

I social networks stanno amplificando le possibilità di questi movimenti, con la costituzione di gruppi di utenti che condividono liberamente i contenuti autoprodotti; su siti come Scribd e Slideshare si possono trovare contributi di alto livello da parte di rappresentanti della comunità scientifica.

Su Open Access e sui movimenti legati alla cultura dell’Open Source e del Free Software ho pubblicato il contributo La libertà in rete. Mi sembra più che mai attuale visto che l’innovazione è un fatto culturale e non solo tecnico.


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La scuola uniforme e le (in)competenze degli insegnanti

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Ancora a proposito di certe esternazioni sulla scuola che avrebbero dello spassoso, se non rispondessero a un disegno intenzionalmente distruttivo del nostro sistema di istruzione e di formazione, mi si sono riaffacciate alla memoria alcune considerazioni gardneriane.

Gardner, lo dico a beneficio dei luminari che non si interessano di pedagogia, è lo studioso che ha sviluppato il concetto di intelligenze multiple; psicologo, insegna nell’Università di Harvard, che non credo possa essere considerato un istituto di serie “b”. La critica di Gardner alla scuola attuale è spietata: si tratta di una scuola uniforme, stereotipata, in cui gli allievi sono costretti a memorizzare una quantità di nozioni all’insegna dell’enciclopedismo senza avere la possibilità di comprenderle davvero, grazie anche al modo astratto in cui sono insegnate. Questo vale in particolare, guarda caso, per le discipline scientifiche, e in primo luogo la matematica, sovente ridotta dai docenti a un cumulo di nozioni rovesciate addosso agli allievi, senza tentare di ancorarla in qualche modo al mondo reale; e se non la capiscono, peggio per loro.

Tra le proposte di Gardner alcune sono interessanti e in qualche modo già collaudate (l’apprendistato, il museo dei bambini). Altre sono più “rivoluzionarie”, come quella di non insegnare tutto di una disciplina come si fa adesso, ma individuare e scegliere dei temi e dei momenti su cui potersi soffermare e fare approfondimenti: una scuola orientata alla comprensione dovrebbe avere il coraggio di rompere con gli schemi tradizionali evitando che l’insegnante sia costretto a “correre” per concludere il programma. Occorrerebbe, in altre parole, operare delle scelte, concentrandosi su alcuni argomenti e non su altri.

Gardner arriva ad auspicare la drastica riduzione del numero di materie a scuola, restringendo il campo d’azione a una scienza, un settore storico, una forma d’arte, ecc., ma in modo completo: non si può insegnare tutto a tutti. E questo con buona pace di chi alza polveroni mediatici sostenendo energicamente che bisogna tralasciare tutte le metodologie per tornare ai contenuti.

E’ scontato, a questo punto (ma forse non del tutto) insistere sulle competenze dei docenti: la conoscenza della propria disciplina non può e non deve bastare. Occorrono competenze complesse, trasversali, interdisciplinari, strategiche e autoriflessive. Nelle politiche europee per il Lifelong Learning si insiste molto sulla formazione dei formatori (intesi come formatori di ogni ordine e grado, quindi l’intera famiglia dei docenti) e sulle loro competenze; purtroppo ancora oggi molti insegnanti e formatori, pur essendo spesso bravi nella propria disciplina, sono quasi digiuni di metodologie didattiche e si affidano al buon senso e all’estemporaneità.

Assistiamo quindi a insegnanti che perpetuano modalità di insegnamento obsolete e si affidano a mezzi di valutazione oggettivi, come interrogazioni orali e temi scritti; a insegnanti che somministrano ai loro allievi prove semistrutturate costruite senza alcuna cognizione in proposito, e che finiscono per essere strumenti non oggettivi di valutazione; e a insegnanti che considerano la valutazione non come uno strumento procedurale di verifica e correzione dell’azione didattica, ma come uno strumento punitivo e finalizzato unicamente alla “contabilità” finale del voto.

E’ quindi essenziale che tutti gli insegnanti acquisiscano le competenze chiave indispensabili per agire in modo professionale, e che per primi imparino ad autovalutare il proprio operato, mostrando la necessaria flessibilità al cambiamento e al miglioramento. Questo può essere lo strumento a nostra disposizione per arginare lo tsunami devastatore che sta tentando di  svuotare la scuola in nome della “rivoluzione” dei contenuti e di ridurre secoli di ricerca pedagogica alle rovine polverose di una città morta.


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La vera sfida della nostra scuola è la lotta all’ignoranza

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Lo scorso sabato 14 marzo il quotidiano nazionale “Il Messaggero” ha ospitato un articolo, a firma di Giorgio Israel, dal titolo Tornare ai contenuti è la sfida della scuola. In esso l’autore, che prende spunto da una serie di dati sulle insufficienze collezionate dagli scolari e dalla polemica sul voto in condotta,  si lancia in un’appassionata difesa dei contenuti disciplinari, sostenendo che gli insegnanti dovrebbero tornare a studiare i concetti fondanti della loro disciplina, piuttosto che baloccarsi, come è stato negli ultimi decenni, con le metodologie didattiche.

Israel attribuisce il fallimento della scuola odierna a questi due fattori combinati: la crescente ignoranza degli insegnanti riguardo ai contenuti, e la dilagante mania di voler inserire nella loro formazione le competenze didattico-pedagogiche.

Cito testualmente: “Coloro che predicano che tutto va bene, se la cavano dicendo che la colpa è dell’insegnamento “ex-cathedra” e “trasmissivo”. Ma la scuola italiana ha conosciuto fino a una trentina di anni fa soltanto insegnanti formati in modo puramente “trasmissivo” e senza la formazione al “saper insegnare”. Eppure era una delle scuole migliori del mondo. Quindi il ragionamento fa cilecca.”

A questo punto va detto che il professor Israel è anche lui un docente, per la precisione è ordinario di matematica alla Sapienza. Purtroppo per noi, presiede la Commissione per la riforma dei percorsi di formazione per gli insegnanti di scuola primaria e secondaria voluta dal ministro Gelmini. Presumo che, coerentemente a quanto afferma nell’articolo, in aula segua il modello trasmissivo di gentiliana memoria, fedele al celebre concetto che “chi sa, sa insegnare”.  Un modello che già ai tempi di Gentile si era dimostrato obsoleto e che all’epoca rappresentò un’involuzione rispetto ai progressi compiuti dalle nascenti scienze dell’educazione, come dimostrano i molti illustri esempi di didattica attiva nelle scuole italiane dagli inizi del Novecento.

Riportare l’attenzione sui contenuti è senz’altro utile, ma rimango quantomeno perplessa vedendo  questo tentativo di buttare nel secchio tutta la pedagogia e la didattica (che, tra l’altro, forse non tutti lo sanno ma non sono la stessa cosa), prendendosela anche con Morin e con le sue “teste ben fatte”, ridotte da Israel a un ritornello ideologico ripetuto meccanicamente dagli insegnanti (quali?) tutte le mattine. Il tutto mi sembra che denoti una totale ignoranza di che cosa significa saper insegnare e di che cosa sia un processo educativo.

Il professor Israel è sicuramente un esperto nella sua disciplina, ma forse non sa che negli ultimi 30 anni si sono verificate delle trasformazioni nella società: si parla ormai di società della conoscenza e dell’informazione, di apprendimento lungo l’arco della vita, di formazione centrata sul discente. Chi abbia un pur minima coscienza di queste cose non può non rendersi conto che i saperi sono cambiati, che noi siamo cambiati, e che non si può più concepire una scuola come un luogo in cui si trasmettono fiumi di conoscenze ad allievi passivi, magari attraverso un atto di “creazione spirituale” in cui l’insegnante si fonde con l’allievo.

La vera sfida della scuola, allora, è la lotta contro queste forme di ignoranza e contro chi vorrebbe mistificare le vere cause del degrado della scuola, che non sono certamente da attribuirsi all’esistenza della didattica ma magari andrebbero cercate nella sistematica distruzione operata da certe riforme di centrodestra.



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Vi mostriamo l’evoluzione

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Nel 2009 ricorrono due importanti anniversari: il secondo bicentenario della nascita di Charles Darwin e i 150 anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie. In tutto il mondo sono state organizzate diverse iniziative per celebrare la doppia ricorrenza; in Italia è stata allestita una mostra itinerante, Darwin 1809-2009, che si sposterà da Roma a Milano e infine a Bari. La mostra è stata organizzata nel 2005 dall’American Museum of Natural History di New York e prima di arrivare nel nostro paese ha fatto tappa in diverse capitali straniere. E’ curata da uno dei massimi evoluzionisti contemporanei, Niles Eldredge, coadiuvato dal collega Ian Tattersall e, per l’edizione italiana, da Telmo Pievani.

Il percorso della mostra è ricco di suggestioni e di installazioni e ricostruisce il percorso intellettuale del naturalista inglese, partendo dalla passione per l’entomologia già dimostrata negli anni giovanili.  Un’ampia parte di essa è dedicata al viaggio sul Beagle, durato 5 anni, e alle scoperte che Darwin fece nelle sue esplorazioni dei continenti. Possiamo così osservare gli esemplari animali e vegetali che osservò nel suo itinerario, sotto forma di tassidermie, fossili, scheletri, disegni e appunti riportati nei famosi taccuini; non mancano alcuni animali vivi, come armadilli, iguane e rane.

Chi si trova nelle tre città italiane in cui ha luogo la mostra o nei loro paraggi, non si faccia mancare l’occasione di visitarla: è l’opportunità di immergersi in una storia appassionante, rivivendo il percorso umano e intellettuale di un uomo che ha segnato una tappa fondamentale nella storia della scienza contemporanea.  La mostra Darwin 1809-2009 si svolgerà a Roma dal 12 febbraio al 3 maggio; a Milano dal 24 giugno al 25 ottobre; a Bari da novembre a marzo 2010.

Tra le altre iniziative per l’anniversario darwiniano vanno segnalate diverse pubblicazioni edite in questi ultimi mesi, a dimostrazione di come la teoria dell’evoluzione sia più che mai attuale (alla faccia di tutti i creazionisti che vorrebbero impedirne la diffusione, nelle scuole  e fuori). Tra di esse il numero speciali della rivista “Le Scienze” (febbraio 2009), con una panoramica sulla teoria evoluzionista e suoi suoi sviluppi; e l’ultimo libro di Piergiorgio Odifreddi, In principio era Darwin (Milano, Longanesi, 2009), che nel suo consueto stile documentato e gradevole ci racconta la vita di Darwin e ci mette in guardia contro gli oscurantisti che vorrebbero mettere a tacere la scienza, e che periodicamente, purtroppo, tornano alla ribalta, come la Moratti che alcuni anni fa tentò di cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici.


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Il cervello è plastico, ovvero: l’apprendimento non ha età

Apprendere sempre

Fino a pochi decenni fa si riteneva che l’invecchiamento cerebrale e le sue conseguenze fossero inevitabili; tale credenza si basava su un concetto statico del cervello, che a partire dalla maturità subiva un processo degenerativo irreversibile provocato dalla morte dei neuroni e dall’impossibilità di una loro rigenerazione.
Oggi i progressi delle neuroscienze dimostrano che l’invecchiamento intellettuale può essere reversibile: il cervello è plastico in tutte le età della vita. Ciò consente una ristrutturazione delle mappe cerebrali e un miglioramento delle funzionalità mentali attraverso esperienze di apprendimento.

Un allenamento mentale specifico può migliorare le rappresentazioni nella corteccia motoria e sensoriale, migliorare la trasmissione di segnali e restituire efficienza alle connessioni neuronali. L’apprendimento modifica il cervello attraverso la neuroplasticità: l’anziano può recuperare gran parte delle sue capacità mentali dedicandosi ad attività cognitive e motorie stimolanti, svolgendo esercizi appositamente studiati per stimolare la ristrutturazione corticale neuroplastica.
Il neuroscienziato Michael Merzenich attraverso i suoi studi è giunto alla conclusione che un programma specifico di attività in grado di stimolare nuove connessioni neuronali e di riorganizzare le mappe corticali può far sì che anche nella terza età l’apprendimento divenga un’esperienza efficace e gratificante. L’incontro tra la ricerca svolta in campo neuroscientifico sulla plasticità del cervello e la ricerca nel campo dell’educazione degli adulti potrebbe offrire un contributo notevole per lo sviluppo di nuove metodologie e strategie di insegnamento e apprendimento per la promozione del Lifelong Learning.
L’approfondimento di questo argomento nel mio articolo articolo Le basi neurofisiologiche dell’apprendimento permanente, dove parlo delle ultime scoperte delle neuroscienze sulla natura plastica del cervello. Un affascinante viaggio in un mondo di confine tra le scienze biologiche e la didattica, a dimostrazione che non si finisce mai di imparare.


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Verso un e-learning accessibile

Nella società della conoscenza si parla sempre più spesso di inclusione digitale, intesa come pari opportunità di accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sia dal punto di vista delle infrastrutture sia da quello della capacità di uso degli strumenti informatici e telematici; l’acquisizione delle competenze digitali costituisce, infatti, un fattore chiave per una piena partecipazione sociale e per il benessere di tutti i cittadini. L’inclusione digitale è considerata una priorità e numerosi documenti e iniziative comunitarie e nazionali sottolineano la necessità di far sì che tutti i gruppi sociali fruiscano di servizi e risorse online. Occorre, in particolare, abbattere le barriere che impediscono l’accesso delle persone disabili alle ICT e accogliere le specifiche esigenze degli alunni con bisogni educativi speciali attraverso l’uso delle tecnologie educative.

Da diversi anni grazie alle tecnologie assistive le persone con disabilità specifiche sono in grado di comunicare, trovare informazioni, studiare, lavorare. Oggi ci si può spingere oltre, utilizzando l’e-learning come modalità didattica che consente ai disabili di intraprendere attività formative prima loro precluse: grazie alle tecnologie si possono aggirare gli ostacoli connessi alla comunicazione linguistica, a lavagne poco leggibili, a libri di testo privi di una traduzione in formato audio, a difficoltà motorie che impediscono di recarsi alle lezioni, ecc.

L’accessibilità degli strumenti e delle piattaforme e-learning è resa possibile dall’applicazione di alcune linee guida, tra le quali le più note sono quelle della Web Accessibility Initiative proposte dal World Wide Web Consortium e quelle dell’approccio dell’Universal Design. Tali linee guida, tuttavia, sono indispensabili ma non sufficienti: ciò è ancora più evidente in paesi dove esse sono entrate a regime e, in alcuni casi, rese obbligatorie nella progettazione delle piattaforme e-learning. È importante che l’accessibilità tecnologica si integri con un più generale e totalizzante concetto di accessibilità educativa, al fine di consentire esperienze di apprendimento inclusive e di elevata qualità per tutti i discenti.

Ultimamente si sta perciò assistendo a una transizione da un’accessibilità limitata al piano tecnologico a un approccio di tipo olistico, che mette in risalto la necessità di individuare dei paradigmi teorici e metodologici per fondare e realizzare un e-learning inclusivo.

Il mio articolo Progettare l’inclusione nell’e-learning: approcci e strumenti per l’accessibilità della formazione in rete approfondisce queste tematiche e si può liberamente prelevare dal mio sito web. Buona lettura a tutti.

Simbolo accessibilità


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Tra scienza e storia non ci sono vincitori ma solo vinti

Alcuni giorni fa, percorrendo i corridoi del dipartimento di economia di un’università romana, ho intravisto un articolo di giornale affisso in bacheca il cui titolo suonava più o meno “è la storia la vera scienza”. Per curiosità mi sono fermata a leggere l’articolo, piuttosto breve, che rivendicava il primato della storia rispetto alle scienze – a cominciare dalla matematica e dalla fisica – e il cui succo era quello di auspicare il ritorno a una cultura fondata sui saperi umanistici, soppiantando finalmente il “predominio” della scienza e della tecnica nei campi più disparati, a cominciare dalle accademie e i centri di ricerca. 

A prescindere dall’ingenuità della querelle, che richiama alla memoria certe antiche dispute e  alcune meno antiche affermazioni di stampo gentiliano sul primato della cultura classica, è singolare come oggi esistano studiosi (o presunti tali) convinti che il nostro paese sia dominato dalla cultura scientifica. I fatti dimostrano il contrario; non voglio arrischiarmi a pensare che in questo caso si sia fatta confusione tra scienza e tecnica, spiegazione facile ma che offenderebbe l’intelligenza dell’autore dell’articolo. Certo è paradossale che proprio chi proclama la supremazia dei saperi storici sembri ignorare che la storia del nostro sistema di istruzione è una storia di mortificazione dei saperi scientifici a scapito di curricoli stracolmi di nozioni manualistiche, grammatiche, sintassi e poemi epici. Ma viviamo in un paese contraddittorio: anche la storia gode di scarsa considerazione, vista la memoria scarsa o nulla dei nostri trascorsi anche recenti. Così, mentre i nostri ricercatori sono costretti a migrare altrove se desiderano praticare la matematica, la fisica e le altre discipline scientifiche, gli studi storici non hanno un favore maggiore e soprattutto hanno poco mercato. 

Mi sembra dunque una polemica arida e immotivata, simile alle guerre tra poveri, quella cui si assiste leggendo articoli di questo tipo; come se prendersela con le vere cause di questa decadenza fosse pericoloso, o quantomeno irrispettoso nei confronti dei “pezzi da novanta” che governano la nostra cultura, oltre che i nostri gusti e le nostre opinioni politiche.

 

scienza per tutti

scienza per tutti


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Arriva la censura!

Il “decreto antiblog” di cui si parla in queste ultime ore è in realtà qualcosa di più di una censura (e già sarebbe tanto) nei confronti delle voci libere del web che chi sta al potere vuole imbavagliare. Il disegno di legge risale al 2007 e si propone di obbligare tutti i blog a iscriversi a un Registro degli Operatori di Comunicazione, esattamente come le testate editoriali. Questo significa: controllo dell’informazione in rete, fine della libertà di espressione, fine del blog come mezzo per diffondere le notizie che le fonti ufficiali occultano o deformano. Ma non è solo questo.

L’art. 2 recita: Definizione di prodotto editoriale.

1. Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.

A ben leggere, quindi, rientrano nella categoria tutti i portali e i siti che fanno formazione, come scuole, università e associazioni, tutti i siti che sono frutto di un lavoro redazionale o che vendono prodotti di qualsivoglia tipo, persino i siti di chi si ripaga il canone del provider con dei banner pubblicitari. Tutti i siti, dai più futili ai più seri, in possesso delle caratteristiche elencate dal legislatore, sarebbero sottoposti al medesimo trattamento di registrazione e controllo. Chi non ottempera rischia la denuncia per il reato di stampa clandestina (belle queste due parole, fanno pensare al ventennio).

E’ ovvio che i primi a essere colpiti saranno i blog che costituiscono una voce scomoda per i personaggi di regime e che pubblicano verità imbarazzanti. Se la legge passa, potremo strappare alla Cina il primato del paese con il web più censurato del mondo.

Free Blogger


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Fahrenheit 2008

L’editoriale del numero di novembre di “Le Scienze” è dedicato alla difficile situazione in cui versano l’Università e la ricerca, con i tagli causati dall’ultima Finanziaria e il decreto – ora proposta di legge – che in questi giorni il ministro Gelmini e il governo stanno tentando di far passare tra le proteste unanimi di tutti gli atenei italiani.
Scrive a pagina 11 Enrico Bellone: “…l’Italia scientifica non riesce ad essere autorevole a livello internazionale. Non ci riesce perché, durante il Novecento, non ha saputo esprimere quei principi secondo i quali, nelle nazioni moderne, merita rispetto colui che esercita il mestiere di capire i fenomeni naturali. Altri criteri si sono invece imposti: la norma secondo cui la scienza non è una forma culturale ma è una tecnica,
l’opinione di qualche filosofo che vede nella tecnica la radice dell’alienazione dell’uomo, l’idea diffusa secondo cui spetta alla politica e alla religione il compito di decidere quali linee di ricerca vadano perseguite e quali invece debbano essere abbandonate”.

E’ esattamente lo spirito con cui questo governo, procedendo su una strada già avviata purtroppo da diversi anni, vuole mettere a tacere la libertà di ricerca e la scienza, condannandole entrambe a morte e destinando il nostro paese al crollo economico e culturale. L’inchiesta di Raitre “W la ricercadel 2006 ci ha mostrato uno scorcio della realtà della ricerca italiana confrontata con quella di altri paesi europei, spiegando i motivi che spingono i nostri scienziati e ricercatori ad andarsene all’estero per poter svolgere il proprio lavoro. Questo dissanguamento sta continuando e si aggrava grazie ai provvedimenti ottusi di un governo che stanzia fondi per salvare l’ippica ma taglia gli investimenti per la ricerca, per l’istruzione e per la cultura. Se il disegno di legge passerà, andremo incontro a scenari catastrofici in cui le università pubbliche saranno costrette a chiudere, la ricerca pura sparirà lasciando il posto unicamente alle applicazioni di immediata ricaduta economica in campo tecnico, potranno sopravvivere soltanto gli atenei privati finanziati dalle banche e dai tycoon dell’informazione (uno a caso?), senza contare il disastro già perpetrato nei confronti del sistema di istruzione, ormai avviato verso la privatizzazione e l’elitarismo. Un quadro sufficientemente preoccupante ce lo dà Aldo Giannuli, docente di storia contemporanea all’Università di MIlano.

Leggo ancora da “Le Scienze”, dall’articolo di Roberto Battiston a pagina 31, uno stralcio sulle cause a monte del mancato nobel per la fisica agli scienziati italiani: tra i fattori indicati sta lo “scarso sostegno dato ai connazionali nelle segnalazioni al comitato Nobel dalla comunità italiana e “la distanza culturale, per non dire ignoranza, della politica e del mondo produttivo nei confronti del mondo della ricerca e dell’Università e viceversa”. Qui la parola chiave è ignoranza: tagliare i finanziamenti alla scuola, all’università e alla ricerca è indice di diffidenza nei confronti del sapere e della conoscenza, una diffidenza che può venire solo da governanti ignoranti, che non esitano a gettare nel “rogo” dei decreti e delle finanziarie la scienza, il libero pensiero, la libera ricerca, la cultura, tutte cose che fanno paura e che devono essere controllate dall’alto, imponendo un modello mediatico di sottocultura becera e irreggimentata.

Ancora, un’ultima citazione, stavolta dal discorso di Obama a a Denver (settembre 2008) a proposito dell’educazione:
“Siamo un Paese che ha sempre reinventato il suo sistema educativo per venire incontro ai cambiamenti di una nuova epoca. Generazioni di leader hanno costruito il loro mandato sulla scuola pubblica per preparare gli studenti ai cambiamenti che investivano il Paese. Eisenhower raddoppiò gli stanziamenti federali nella educazione dopo che i Sovietici ci avevano preceduto nello spazio.
(…)
Non va bene che prepariamo i nostri insegnanti, i nostri presidi e le nostre scuole a raggiungere obiettivi ambiziosi senza dargli le risorse che gli permetterebbero di farlo. E’ sbagliato promettere insegnanti qualificati in ogni classe quando poi la questione della loro paga viene lasciata irrisolta. E per favore, non ci venite a raccontare che il solo modo di insegnare ai ragazzi è quello di prepararli durante l’anno ad affrontare una serie di test standardizzati, perché questo inibirebbe la ricerca, l’indagine scientifica, le attitudini di problem solving di cui hanno bisogno i nostri ragazzi per competere nella economia della conoscenza del XXI secolo.
(…)
Abbiamo bisogno di una nuova visione per l’educazione nel XXI secolo. In cui non dovremo solo dare sostegno alle scuole che già esistono, ma aumentare l’innovazione; non cercare solo più denaro, ma chiedere più riforme; far prendere coscienza ai genitori della responsabilità che hanno nel successo dei loro figli; reclutare, formare e premiare un nuovo esercito di insegnanti, che rendano lo studio qualcosa di  eccitante per i ragazzi, in modo che questi ultimi si sentano davvero protagonisti della scuola del futuro; e infine dovremo aspettarci di dare ai nostri figli non solo il diploma liceale ma anche una laurea e quindi un lavoro pagato bene”.

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L’apprendimento in rete e l’innovazione negata

Mi è capitato di riflettere, in questi giorni, sul significato reale della parola “innovazione” per quanto riguarda le tecnologie di rete e dell’apprendimento. Il motivo delle riflessioni è dato da una serie di comunicazioni ricevute, rispettivamente, dall’Agenzia Nazionale Leonardo da Vinci e dall’Ufficio della Commissione Europea in merito alle valutazioni di alcuni progetti che ho presentato per il Lifelong Learning Programme.

Le proposte presentate si basavano sull’approccio dell’e-learning 2.0, la sua ibridazione di spazi, ambienti e attori per la costruzione di un ambiente di apprendimento personalizzato; un modo nuovo di vivere l’esperienza formativa, facendola uscire dai confini della piattaforma per avvicinarla alla vita di tutti i giorni, quella in cui utilizziamo strumenti di comunicazione e di socializzazione per conversare con gli amici e scambiare idee.

Beh, sembra che i valutatori non siano d’accordo sulla portata innovativa di tutto questo: sostengono che l’e-learning 2.0 lo fanno già tutti, dappertutto, praticamente da sempre. A guardarmi in giro non sembrerebbe, ma forse mi è sfuggito qualcosa. Forse mi è sfuggito che la didattica universitaria non è più inscatolata nelle piattaforme, e che nei convegni sull’e-learning organizzati dagli atenei non si grida al miracolo descrivendo le mirabolanti funzioni di Moodle o Docebo. Mi è sfuggito che in tutte le scuole si pratica da tempo il complex learning, e che tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado hanno familiarità con skype, si ritrovano in facebook, chiacchierano in orkut, bazzicano myspace, scrivono sui wiki, pubblicano il proprio blog. Mi è sfuggito che il WBT è finalmente andato in pensione, assieme alle migliaia di corsi contenutistici del tipo “leggi e deglutisci” con interazione a livello zero e qualche slide o animazione in flash per rendere più appettibile il bollito. Mi è sfuggito che ora la rete esprime la sua piena potenzialità nell’e-learning e che l’e-learning nelle aziende, nella PA, nell’istruzione e nella formazione utilizza appieno tutte le potenzialità della rete.

Mi è sfuggito, soprattutto, che viviamo in paese all’avanguardia a livello tecnologico, dove i mezzi e le infrastrutture sono di ultima generazione, tutti sono in possesso delle competenze digitali e l’e-learning 2.0 è entrato pienamente in tutte le esperienze di apprendimento, e che è finita l’era in cui passavano progetti sull’insegnamento delle lingue attraverso la radio o i CDrom.

Ho un dubbio… mi sta sfuggendo dell’altro?