“Stampami il Forum”
Dopo anni di lavoro nei variegati mondi della formazione tra scuola, università, privati e quant’altro riesco ancora a stupirmi dell’approssimazione e della superficialità con cui sono liquidate le questioni relative alla valutazione dell’e-learning. Già su quest’ultima parola ci sarebbe da ridire: il 90% delle volte, infatti, chi la utilizza lo fa a sproposito, riferendosi alle forme più bieche di trasmissione delle conoscenze del tipo “guarda e deglutisci” dove l’innovazione più spinta e strombazzata è quella che propone oggetti multimediali con tanti effetti speciali e tanta povertà di contenuto.
Ma questo sarebbe il meno. E’ dove si sperimentano forme più vicine all’e-learning propriamente detto che emergono le più spassose interpretazioni di come dovrebbero essere valutati i processi collaborativi che si svolgono in ambienti ormai noti, come forum e wiki. Come molti sanno, la burocrazia che regna negli enti pubblici e nelle università non dà scampo. Assistiamo così all’imposizione di segnare puntualmente su appositi registri delle presenze i tempi di “permanenza” in rete, o all’obbligo di erogare le ore di formazione online esclusivamente dal lunedì al venerdì in orari di ufficio, con buona pace del significato di asincronicità.
Gli esiti più divertenti, però, sono quelli in cui si cerca di risolvere le esigenze formali di una valutazione degli apprendimenti traducendo le forme di interazione sociale, che sono notoriamente reticolari, in documenti cartacei di tipo sequenziale. E’ quanto accade quando si richiede di stampare in formato cartaceo i wiki realizzati sulla piattaforma dal gruppo collaborativo; oppure, cosa ancora più incongruente, l’estrapolazione degli interventi nel forum del singolo studente. Sarebbe utile, a questo punto, spiegare a chi propone assurdità del genere che cos’è un wiki; o più semplicemente, un ipertesto; o meglio ancora, una mappa reticolare; oppure… oppure andare ancora più a monte spiegando che cosa sono i processi di costruzione sociale della conoscenza. E continuare illustrando che cos’è un forum, che cosa significa la ramificazione dei thread, e tutte queste belle cose.
Dubito, però che servirebbe a qualcosa; e mi limiterei a considerare divertente lo straparlare a proposito di ciò che non si conosce, se non fosse che rende completamente vani tutti gli studi e la fatica sulla valutazione delle interazioni e della partecipazione in rete che quotidianamente chi come me si occupa seriamente di e-learning si sobbarca. Il che, francamente, mi fa infuriare.
Vorrei, quindi, non dover sentire più la richiesta “stampami il forum”; e non dover più pensare, mentre mi dò da fare ad argomentare le ragioni per spiegare il mio rifiuto, “perché non stampi tua sorella”?
Coltivare comunità di pratiche e comunità di apprendimento. L’intervento di Etienne Wenger a Roma Tre

In occasione del primo Primo Seminario Internazionale di Pedagogia del Lavoro, organizzato il 3 novembre 2009 dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Roma Tre, Etienne Wenger ha illustrato i concetti fondamentali delle comunità di pratica e il loro ruolo nella società della conoscenza.
Wenger è considerato il pionere degli studi sulle comunità di pratica e il primo ad averne formalizzato il concetto, dando l’avvio a un filone di studi che si muove in una campo interdisciplinare tra scienze dell’educazione, psicologia, tecnologia e antropologia, raccogliendo le suggestioni delle teorie cognitiviste e costruttiviste.
I primi studi di Wenger, infatti, riguardano l’intelligenza artificiale e gli intelligent tutoring systems. Le riflessioni sui processi di apprendimento lo hanno però indotto a considerare insufficienti le spiegazioni cognitiviste, che si limitavano a descrivere il modo in cui avviene l’elaborazione dell’informazione senza addentrarsi nel problema del significato che sta dietro l’informazione stessa e che determina il modo in cui apprendiamo.
A partire da queste riflessioni Wenger ha iniziato a elaborare una teoria su base costruttivista, dove l’apprendimento è un processo di costruzione del significato che avviene in un contesto sociale e comprende quattro dimensioni:
significato: qual è la nostra esperienza?
identità: chi e che cosa diveniamo?
pratica: che cosa facciamo?
comunità: a che contesto apparteniamo?
Apprendimento di un comportamento e crescita personale all’interno di una comunità sono un unico processo; il cambiamento dell’esperienza dei membri della comunità equivale al cambiamo della competenza in seno ad essa. L’appartenenza a una comunità ha inizio quando si capiscono i suoi confini conoscitivi, in pratica le sue “frontiere”; e si può dire di far parte di essa quando si è in grado di contribuire in modo significativo ai suoi saperi introducendo nuovi elementi. Le comunità non sono un’invenzione recente: al contrario, esse costituiscono il fondamento della scienza moderna. E’ tuttavia negli ultimi anni che stiamo assistendo alla loro diffusione consapevole nelle organizzazioni, in uno scenario culturale postfordista.
Attualmente coesistono due tendenze nella diffusione del sapere: verticalizzazione e orizzontalizzazione. La verticalizzazione è basata sulla codificazione, le regole, le istituzioni, i processi di controllo, i repertori competenziali. L’orizzontalizzazione si basa invece sulle comunità e i network, la comunicazione peer-to-peer, la creatività, l’identità personale e i significati personali. In entrambe le tendenze il ruolo delle tecnologie è cruciale; pensiamo, per quanto riguarda l’orizzontalizzazione, all’espressione individuale attraverso i blog, agli strumenti di collaborazione collettiva, ai social network.
Wenger ci lascia con un interrogativo ancora aperto: come può l’educazione rimanere rilevante e utile nel 21° secolo?
Complex Learning: un modo possibile di essere DULP
Tra i nuovi paradigmi formativi che stanno emergendo negli ultimi anni il DULP ha la caratteristica di rappresentare i processi di insegnamento e di apprendimento nelle forme variabili della liquidità moderna.
DULP è
D per Design Inspired Learning
U per Ubiquitous Learning
L per Liquid Learning Places
P per Person in Place Centred Design
Un approccio innovativo mirato a supportare forme di apprendimento che assumono un carattere sempre più ubiquo e che si svolgono in contesti liquidi e coevolutivi, in cui il soggetto è chiamato a gestire il proprio processo di apprendimento in un’ottica di autorealizzazione e connettività sociale.
Il modello del Complex Learning si sposa alla filosofia del DULP, essendo caratterizzato da apertura, dinamicità, flessibilità, ibridazione tra ambienti, linguaggi e modi di interazione; come tale appare un’efficace risposta alla sfida della complessità e dell’imprevedibilità delle forme, le strade e gli esiti dell’apprendere. In esso la possibilità di costruire un ambiente di apprendimento personalizzato attraverso l’uso di tecnologie e strumenti di comunicazione di uso comune promuove l’attivazione di dinamiche di apprendimento che affrontano i problemi della conoscenza riflettendo la complessità del mondo reale e delle relazioni sociali che si instaurano in esso.
Esistono molte vision del Complex Learning; nella nostra definizione è “un approccio che va oltre il blended learning – inteso come somma della dimensione virtuale e quella presenziale [...] con la sua molteplicità di attori, risorse, forme e mezzi di comunicazione, dove il risultato è maggiore della somma dei suoi componenti [...]. Il termine complex esplicita la complessità delle dinamiche che si attuano grazie al valore aggiunto che si integra a presenza e distanza e che è rappresentato dalla ri-configurazione fra le diverse tipologie di modelli di e-learning, da nuovi legami e nuove gerarchie tra i media, nuovi linguaggi e nuove modalità d’interazione e quindi di “rimediazione” “.
Il Complex Learning ha luogo in un ambiente composito e multidimensionale nel quale gli oggetti non si presentano più come chiusi e auto-consistenti, ma portano con sé il segno delle trasformazioni che subiscono in virtù dell’interazione con e tra i soggetti che non si limitano a fruirne ma li trasformano e li producono. Il ruolo dei soggetti cambia e non è fissato una volta per tutte: ciascuno può esprimere la propria competenza e la propria tutorship in relazione a ciò di cui è maggiormente esperto. La multiattorialità è un altro elemento che sposta l’esperienza oltre il “recinto” del corso, collocandola in una molteplicità di luoghi, concreti e virtuali, abitati e in quanto tali reali. Ciò rende possibile l’acquisizione di competenze aperte, collaborative, orientate al processo; lo sviluppo di capacità metacognitive, di pianificazione, monitoraggio, e valutazione del proprio percorso formativo; il collegamento tra le conoscenze disciplinari, le applicazioni pratiche e la ricerca scientifica; la condivisione dei saperi tra i partecipanti.
L’evento DULP è un’occasione per illustrare il modello del Complex Learning nella declinazione che Learning Community ha delineato e sperimentato, e già descritta in alcuni nostri lavori. Tenteremo, in quella sede, di individuare i punti di contatto tra le quattro dimensioni del DULP e le possibili letture del modello del Complex Learning, per capire quanto quest’ultimo “può essere DULP”.
Il 14 settembre alla 11.30 io e la mia collega Laura Vettraino presenteremo la relazione dal titolo Complex Learning. Un modo possibile per essere DULP; nel pomeriggio, nella sede del DULPCamp, discuteremo sulle applicazioni pratiche del modello in relazione alla figura del complex tutor nel tentativo di delinearne una mappa delle competenze. Ricordo che l’evento si svolgerà il 14 e il 15 settembre nella sede dell’Università di Tor Vergata a Roma, aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
Il programma del DULP, scaricabile dal sito, si è ora arricchito con la lista degli interventi al DULPCamp.
Autoformazione: il libro di Giulio Beronia

“Imparare ad imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento, di organizzare il proprio apprendimento anche mediante una gestione efficace del tempo e delle informazioni, sia a livello individuale che in gruppo. Questa competenza comprende la consapevolezza del proprio processo di apprendimento e dei propri bisogni, l’identificazione delle opportunità disponibili e la capacità di sormontare gli ostacoli per apprendere in modo efficace”.
E’ a partire da questa Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2006) e alle priorità ad essa connesse che si sviluppa il discorso del libro di Giulio Beronia, Autoformazione, che sarà presentato il prossimo 14 luglio all’AIF (Associazione Italiana Formatori).
L’Autore, Giulio Beronia, è un giovane esperto di formazione che da diversi anni si occupa di progettazione, ricerca e sperimentazione educativa e formazione dei formatori. Il suo volume rappresenta lo stato dell’arte dell’autoformazione, ripercorrendo le diverse definizioni e valenze del concetto, con una puntuale analisi della letteratura e una serie di interviste a testimoni privilegiati che dell’autoformazione hanno fatto il loro campo di studio e indagine o che ne hanno avuto diretta esperienza in quanto fruitori.
L’autoformazione non è soltanto una forma autonoma di apprendimento, bensì un modo complesso di imparare in cui entrano in gioco meditazioni autoriflessive, autobiografiche e autovalutative. Nell’autoformazione il soggetto mette in atto strategie di autodirezione attraverso il supporto di dinamiche di autorealizzazione e automotivazione; in tal senso essa rappresenta l’apice di un processo formativo in una progressività di acquisizione dei saperi, dove la dimensione collettiva non è esclusa ma valorizzata e integrata.
La presentazione del libro, organizzata dall’AIF, si svolgerà a Roma il 14 luglio 2009 presso la sede di FS Formazione in via Savoia, 19, a partire dalle ore 17.00.
Interverranno Amarildo Arzuffi (Fondimpresa), Marco Guspini (dirigente scolastico), Paolino Serreri (Università degli studi Roma Tre) e Giovanna Spagnuolo (Isfol); l’incontro, moderato da Myriam Ines Giangiacomo (Ferservizi) si inserisce nel ciclo di incontri coordinato da Paolo Viel, vice presidente AIF.
Un’occasione preziosa per confrontarsi sull’autoformazione e per incontrare il brillante autore di un testo che completa il panorama della letteratura su questi temi.
La forma piatta dell’e-learning e la vita liquida dell’apprendimento
Da un paio d’anni a questa parte sono stufa di sentire parlare di e-learning: il solo termine mi dà la pelle d’oca. I motivi sono diversi, primo tra tutti è constatare che il termine è ormai inflazionato e non rispecchia più quello che doveva essere il portato innovativo della formazione in rete rispetto alla formazione a distanza, altrimenti detta FaD. Il mio, tengo a precisarlo, non è snobismo nei confronti di un termine che sta diventando popolare e quasi onnipervasivo, né , tanto meno, il desiderio di coniarne un altro per lucidare a nuovo abiti logori.
A parlare di e-learning oggi si rischia di imbattersi nelle modalità più becere di formazione a distanza: quelle, per intenderci, in cui si erogano contenuti statici in ambienti asfittici, ripetendo le dinamiche usuali nella didattica trasmissiva. I famigerati “WBTfici” nella migliore delle ipotesi. Che dire poi delle piattaforme: tutte uguali, somiglianti a se stesse, diventano un surrogato e sovente una brutta copia dell’aula nel proporre una formazione bidimensionale, appunto da piatta-forma.
Queste e altre cose le sto dicendo da diverso tempo, e quando parlo di complex learning mi riferisco a un modello che sfrutti al meglio le potenzialità degli ambienti di rete, virtuali e non, svincolandosi definitivamente dalla forma piatta delle varie infrastrutture per creare spazi aperti, flessibili e capaci di ibridarsi tra loro. Dove l’ambiente di apprendimento sia ridisegnato da chi lo usa, e l’esperienza di apprendimento non sia limitata nella camera stagna di un luogo predefinito.
Oggi questa esigenza di “liquidità” degli ambienti e delle esperienze di apprendimento si sta concretizzando nella sperimentazione di modelli e iniziative innovative; dopo tanto tempo, per la prima volta non ho più l’impressione di parlare al vento. Un evento, in particolare, segnalato da Gianni Marconato nel suo blog, ha attirato la mia attenzione: si tratta del DULP, il cui acronimo sta a significare:
D per Design Inspired Learning
U per Ubiquitous Learning
L per Liquid Learning Places
P per Person in Place Centred Design
Ossia: apprendimento ispirato dalla progettazione; apprendimento ovunque; luoghi di apprendimento liquidi; progettazione con al centro la persona. Il DULP è definito un “nuovo paradigma” dai suoi fondatori; che lo sia o no, è stato sviluppato nell’Università di Roma di Tor Vergata e, nel tempo, ha coinvolto le Università di Catania e Siena e una prima rete di scuole e singoli docenti desiderosi di sperimentare. Il 14 e 15 settembre si terrà il primo evento DULP 2009 all’Università di Tor Vergata, nell’aula T1 della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.
Scrivono i promotori: Facile prevedere che gli attori dei futuri processi formativi popoleranno nomadicamente spazi fisici sempre più sensibili e responsivi, interagiranno con questi ultimi in maniera estremamente naturale utilizzando i gesti, il parlato, la propria emotività dando sempre meno peso agli aspetti funzionali e vantaggio delle cosiddette “use qualities” a definire “the one’s personal EXPERIENCE”.
Se i risultati saranno pari alle premesse, il futuro prossimo venturo è già arrivato, in forma multidimensionale. E’ ora di uscire dalle due dimensioni dell’e-learning versione “figura piana” e abbracciare un’idea di apprendimento a tutto tondo.
Oltre l’e-book: le risorse aperte in rete e l’Open Access

In questi giorni si sta svolgendo in rete un interessante dibattito sugli e-book,che vede contrapporsi le argomentazioni dei fautori entusiasti e quelle dei critici dubbiosi. I toni di questa discussione sono riassunti efficacemente da Gianni Marconato nel suo blog.
Tra i vari spunti dati dai partecipanti, uno dei più stimolanti è quello che torna alla questione delle risorse aperte e condivise. Uno dei leit-motiv del dibattito, infatti, concerne lo sviluppo e la diffusione di un un nuovo modo di concepire i materiali didattici, uscendo dal confine del manuale cartaceo per introdurre nella scuola materiali ipertestuali e ipermediali; e, non ultimo, affrancarsi dalla logica dei grandi gruppi editoriali per proporre risorse fluide, flessibili e implementabili a un costo accessibile.
A questo riguardo Antonio Fini fa notare giustamente che i contenuti degli e-book costituiscono comunque prodotti a pagamento e soggetti a vincoli di copyright; e che l’innovazione, da questo punto di vista, sarebbe solo apparente. Mi sembra utile riprendere il discorso delle risorse aperte in rete, che a livello educativo ha dato vita a un vero e proprio movimento denominatosi edupunk, e che vede il proliferare di iniziative e portali in cui si possono prelevare materiali, articoli e saggi di ottima qualità.
La cosa non è nuova. Già da alcuni anni esiste un movimento, Open Access, nato in ambito accademico, a favore della libera diffusione di contenuti attraverso Internet, nato per svoncolare gli autori dal giogo della pubblicazione su riviste scientifiche a pagamento. L’editoria scientifica, infatti, è controllata da un piccolo numero di gruppi editoriali distribuita a costi talmente elevati che spesso le stesse istituzioni accademica non sono in grado di sostenerne i costi. Open Access combatte contro la proprietà intellettuale nella comunicazione scientifica promuovendo forme alternative di comunicazione che si avvalgono delle tecnologie di rete: l’accesso all’informazione scientifica deve essere gratuito, almeno nella sua forma elettronica.
Un’iniziativa analoga è il Progetto Science Commons, varato dall’organizzazione non profit Creative Commons, varato nel 2005 con l’obiettivo di promuovere l’innovazione nella scienza abbattendo i costi legali e tecnici per la diffusione e il riutilizzo dei lavori scientifici; il progetto si propone di perseguire queste finalità rimuovendo gli ostacoli alla collaborazione scientifica incoraggiando i ricercatori, le università e le imprese a condividere letteratura scientifica, dati e materiali.
I social networks stanno amplificando le possibilità di questi movimenti, con la costituzione di gruppi di utenti che condividono liberamente i contenuti autoprodotti; su siti come Scribd e Slideshare si possono trovare contributi di alto livello da parte di rappresentanti della comunità scientifica.
Su Open Access e sui movimenti legati alla cultura dell’Open Source e del Free Software ho pubblicato il contributo La libertà in rete. Mi sembra più che mai attuale visto che l’innovazione è un fatto culturale e non solo tecnico.
Benvenuti
Benvenuti nello spazio web di Eleonora Guglielman
Sono un’esperta che lavora nel campo della formazione, l’e-learning, la ricerca e innovazione educativa. Questo spazio è dedicato alla discussione sulle problematiche e gli aspetti relativi ai temi di cui mi occupo.
L’apprendimento in rete e l’innovazione negata
Mi è capitato di riflettere, in questi giorni, sul significato reale della parola “innovazione” per quanto riguarda le tecnologie di rete e dell’apprendimento. Il motivo delle riflessioni è dato da una serie di comunicazioni ricevute, rispettivamente, dall’Agenzia Nazionale Leonardo da Vinci e dall’Ufficio della Commissione Europea in merito alle valutazioni di alcuni progetti che ho presentato per il Lifelong Learning Programme.
Le proposte presentate si basavano sull’approccio dell’e-learning 2.0, la sua ibridazione di spazi, ambienti e attori per la costruzione di un ambiente di apprendimento personalizzato; un modo nuovo di vivere l’esperienza formativa, facendola uscire dai confini della piattaforma per avvicinarla alla vita di tutti i giorni, quella in cui utilizziamo strumenti di comunicazione e di socializzazione per conversare con gli amici e scambiare idee.
Beh, sembra che i valutatori non siano d’accordo sulla portata innovativa di tutto questo: sostengono che l’e-learning 2.0 lo fanno già tutti, dappertutto, praticamente da sempre. A guardarmi in giro non sembrerebbe, ma forse mi è sfuggito qualcosa. Forse mi è sfuggito che la didattica universitaria non è più inscatolata nelle piattaforme, e che nei convegni sull’e-learning organizzati dagli atenei non si grida al miracolo descrivendo le mirabolanti funzioni di Moodle o Docebo. Mi è sfuggito che in tutte le scuole si pratica da tempo il complex learning, e che tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado hanno familiarità con skype, si ritrovano in facebook, chiacchierano in orkut, bazzicano myspace, scrivono sui wiki, pubblicano il proprio blog. Mi è sfuggito che il WBT è finalmente andato in pensione, assieme alle migliaia di corsi contenutistici del tipo “leggi e deglutisci” con interazione a livello zero e qualche slide o animazione in flash per rendere più appettibile il bollito. Mi è sfuggito che ora la rete esprime la sua piena potenzialità nell’e-learning e che l’e-learning nelle aziende, nella PA, nell’istruzione e nella formazione utilizza appieno tutte le potenzialità della rete.
Mi è sfuggito, soprattutto, che viviamo in paese all’avanguardia a livello tecnologico, dove i mezzi e le infrastrutture sono di ultima generazione, tutti sono in possesso delle competenze digitali e l’e-learning 2.0 è entrato pienamente in tutte le esperienze di apprendimento, e che è finita l’era in cui passavano progetti sull’insegnamento delle lingue attraverso la radio o i CDrom.
Ho un dubbio… mi sta sfuggendo dell’altro?
Fahrenheit 2008
L’editoriale del numero di novembre di “Le Scienze” è dedicato alla difficile situazione in cui versano l’Università e la ricerca, con i tagli causati dall’ultima Finanziaria e il decreto – ora proposta di legge – che in questi giorni il ministro Gelmini e il governo stanno tentando di far passare tra le proteste unanimi di tutti gli atenei italiani.
Scrive a pagina 11 Enrico Bellone: “…l’Italia scientifica non riesce ad essere autorevole a livello internazionale. Non ci riesce perché, durante il Novecento, non ha saputo esprimere quei principi secondo i quali, nelle nazioni moderne, merita rispetto colui che esercita il mestiere di capire i fenomeni naturali. Altri criteri si sono invece imposti: la norma secondo cui la scienza non è una forma culturale ma è una tecnica,
l’opinione di qualche filosofo che vede nella tecnica la radice dell’alienazione dell’uomo, l’idea diffusa secondo cui spetta alla politica e alla religione il compito di decidere quali linee di ricerca vadano perseguite e quali invece debbano essere abbandonate”.
E’ esattamente lo spirito con cui questo governo, procedendo su una strada già avviata purtroppo da diversi anni, vuole mettere a tacere la libertà di ricerca e la scienza, condannandole entrambe a morte e destinando il nostro paese al crollo economico e culturale. L’inchiesta di Raitre “W la ricerca” del 2006 ci ha mostrato uno scorcio della realtà della ricerca italiana confrontata con quella di altri paesi europei, spiegando i motivi che spingono i nostri scienziati e ricercatori ad andarsene all’estero per poter svolgere il proprio lavoro. Questo dissanguamento sta continuando e si aggrava grazie ai provvedimenti ottusi di un governo che stanzia fondi per salvare l’ippica ma taglia gli investimenti per la ricerca, per l’istruzione e per la cultura. Se il disegno di legge passerà, andremo incontro a scenari catastrofici in cui le università pubbliche saranno costrette a chiudere, la ricerca pura sparirà lasciando il posto unicamente alle applicazioni di immediata ricaduta economica in campo tecnico, potranno sopravvivere soltanto gli atenei privati finanziati dalle banche e dai tycoon dell’informazione (uno a caso?), senza contare il disastro già perpetrato nei confronti del sistema di istruzione, ormai avviato verso la privatizzazione e l’elitarismo. Un quadro sufficientemente preoccupante ce lo dà Aldo Giannuli, docente di storia contemporanea all’Università di MIlano.
Leggo ancora da “Le Scienze”, dall’articolo di Roberto Battiston a pagina 31, uno stralcio sulle cause a monte del mancato nobel per la fisica agli scienziati italiani: tra i fattori indicati sta lo “scarso sostegno dato ai connazionali nelle segnalazioni al comitato Nobel dalla comunità italiana e “la distanza culturale, per non dire ignoranza, della politica e del mondo produttivo nei confronti del mondo della ricerca e dell’Università e viceversa”. Qui la parola chiave è ignoranza: tagliare i finanziamenti alla scuola, all’università e alla ricerca è indice di diffidenza nei confronti del sapere e della conoscenza, una diffidenza che può venire solo da governanti ignoranti, che non esitano a gettare nel “rogo” dei decreti e delle finanziarie la scienza, il libero pensiero, la libera ricerca, la cultura, tutte cose che fanno paura e che devono essere controllate dall’alto, imponendo un modello mediatico di sottocultura becera e irreggimentata.
Ancora, un’ultima citazione, stavolta dal discorso di Obama a a Denver (settembre 2008) a proposito dell’educazione:
“Siamo un Paese che ha sempre reinventato il suo sistema educativo per venire incontro ai cambiamenti di una nuova epoca. Generazioni di leader hanno costruito il loro mandato sulla scuola pubblica per preparare gli studenti ai cambiamenti che investivano il Paese. Eisenhower raddoppiò gli stanziamenti federali nella educazione dopo che i Sovietici ci avevano preceduto nello spazio.
(…)
Non va bene che prepariamo i nostri insegnanti, i nostri presidi e le nostre scuole a raggiungere obiettivi ambiziosi senza dargli le risorse che gli permetterebbero di farlo. E’ sbagliato promettere insegnanti qualificati in ogni classe quando poi la questione della loro paga viene lasciata irrisolta. E per favore, non ci venite a raccontare che il solo modo di insegnare ai ragazzi è quello di prepararli durante l’anno ad affrontare una serie di test standardizzati, perché questo inibirebbe la ricerca, l’indagine scientifica, le attitudini di problem solving di cui hanno bisogno i nostri ragazzi per competere nella economia della conoscenza del XXI secolo.
(…)
Abbiamo bisogno di una nuova visione per l’educazione nel XXI secolo. In cui non dovremo solo dare sostegno alle scuole che già esistono, ma aumentare l’innovazione; non cercare solo più denaro, ma chiedere più riforme; far prendere coscienza ai genitori della responsabilità che hanno nel successo dei loro figli; reclutare, formare e premiare un nuovo esercito di insegnanti, che rendano lo studio qualcosa di eccitante per i ragazzi, in modo che questi ultimi si sentano davvero protagonisti della scuola del futuro; e infine dovremo aspettarci di dare ai nostri figli non solo il diploma liceale ma anche una laurea e quindi un lavoro pagato bene”.
Non credo ci sia bisogno di commenti.
Arriva la censura!
Il “decreto antiblog” di cui si parla in queste ultime ore è in realtà qualcosa di più di una censura (e già sarebbe tanto) nei confronti delle voci libere del web che chi sta al potere vuole imbavagliare. Il disegno di legge risale al 2007 e si propone di obbligare tutti i blog a iscriversi a un Registro degli Operatori di Comunicazione, esattamente come le testate editoriali. Questo significa: controllo dell’informazione in rete, fine della libertà di espressione, fine del blog come mezzo per diffondere le notizie che le fonti ufficiali occultano o deformano. Ma non è solo questo.
L’art. 2 recita: Definizione di prodotto editoriale.
1. Ai fini della presente legge, per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione o di intrattenimento e destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso.
A ben leggere, quindi, rientrano nella categoria tutti i portali e i siti che fanno formazione, come scuole, università e associazioni, tutti i siti che sono frutto di un lavoro redazionale o che vendono prodotti di qualsivoglia tipo, persino i siti di chi si ripaga il canone del provider con dei banner pubblicitari. Tutti i siti, dai più futili ai più seri, in possesso delle caratteristiche elencate dal legislatore, sarebbero sottoposti al medesimo trattamento di registrazione e controllo. Chi non ottempera rischia la denuncia per il reato di stampa clandestina (belle queste due parole, fanno pensare al ventennio).
E’ ovvio che i primi a essere colpiti saranno i blog che costituiscono una voce scomoda per i personaggi di regime e che pubblicano verità imbarazzanti. Se la legge passa, potremo strappare alla Cina il primato del paese con il web più censurato del mondo.
Tra scienza e storia non ci sono vincitori ma solo vinti
Alcuni giorni fa, percorrendo i corridoi del dipartimento di economia di un’università romana, ho intravisto un articolo di giornale affisso in bacheca il cui titolo suonava più o meno “è la storia la vera scienza”. Per curiosità mi sono fermata a leggere l’articolo, piuttosto breve, che rivendicava il primato della storia rispetto alle scienze – a cominciare dalla matematica e dalla fisica – e il cui succo era quello di auspicare il ritorno a una cultura fondata sui saperi umanistici, soppiantando finalmente il “predominio” della scienza e della tecnica nei campi più disparati, a cominciare dalle accademie e i centri di ricerca.
A prescindere dall’ingenuità della querelle, che richiama alla memoria certe antiche dispute e alcune meno antiche affermazioni di stampo gentiliano sul primato della cultura classica, è singolare come oggi esistano studiosi (o presunti tali) convinti che il nostro paese sia dominato dalla cultura scientifica. I fatti dimostrano il contrario; non voglio arrischiarmi a pensare che in questo caso si sia fatta confusione tra scienza e tecnica, spiegazione facile ma che offenderebbe l’intelligenza dell’autore dell’articolo. Certo è paradossale che proprio chi proclama la supremazia dei saperi storici sembri ignorare che la storia del nostro sistema di istruzione è una storia di mortificazione dei saperi scientifici a scapito di curricoli stracolmi di nozioni manualistiche, grammatiche, sintassi e poemi epici. Ma viviamo in un paese contraddittorio: anche la storia gode di scarsa considerazione, vista la memoria scarsa o nulla dei nostri trascorsi anche recenti. Così, mentre i nostri ricercatori sono costretti a migrare altrove se desiderano praticare la matematica, la fisica e le altre discipline scientifiche, gli studi storici non hanno un favore maggiore e soprattutto hanno poco mercato.
Mi sembra dunque una polemica arida e immotivata, simile alle guerre tra poveri, quella cui si assiste leggendo articoli di questo tipo; come se prendersela con le vere cause di questa decadenza fosse pericoloso, o quantomeno irrispettoso nei confronti dei “pezzi da novanta” che governano la nostra cultura, oltre che i nostri gusti e le nostre opinioni politiche.

scienza per tutti
Verso un e-learning accessibile
Nella società della conoscenza si parla sempre più spesso di inclusione digitale, intesa come pari opportunità di accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sia dal punto di vista delle infrastrutture sia da quello della capacità di uso degli strumenti informatici e telematici; l’acquisizione delle competenze digitali costituisce, infatti, un fattore chiave per una piena partecipazione sociale e per il benessere di tutti i cittadini. L’inclusione digitale è considerata una priorità e numerosi documenti e iniziative comunitarie e nazionali sottolineano la necessità di far sì che tutti i gruppi sociali fruiscano di servizi e risorse online. Occorre, in particolare, abbattere le barriere che impediscono l’accesso delle persone disabili alle ICT e accogliere le specifiche esigenze degli alunni con bisogni educativi speciali attraverso l’uso delle tecnologie educative.
Da diversi anni grazie alle tecnologie assistive le persone con disabilità specifiche sono in grado di comunicare, trovare informazioni, studiare, lavorare. Oggi ci si può spingere oltre, utilizzando l’e-learning come modalità didattica che consente ai disabili di intraprendere attività formative prima loro precluse: grazie alle tecnologie si possono aggirare gli ostacoli connessi alla comunicazione linguistica, a lavagne poco leggibili, a libri di testo privi di una traduzione in formato audio, a difficoltà motorie che impediscono di recarsi alle lezioni, ecc.
L’accessibilità degli strumenti e delle piattaforme e-learning è resa possibile dall’applicazione di alcune linee guida, tra le quali le più note sono quelle della Web Accessibility Initiative proposte dal World Wide Web Consortium e quelle dell’approccio dell’Universal Design. Tali linee guida, tuttavia, sono indispensabili ma non sufficienti: ciò è ancora più evidente in paesi dove esse sono entrate a regime e, in alcuni casi, rese obbligatorie nella progettazione delle piattaforme e-learning. È importante che l’accessibilità tecnologica si integri con un più generale e totalizzante concetto di accessibilità educativa, al fine di consentire esperienze di apprendimento inclusive e di elevata qualità per tutti i discenti.
Ultimamente si sta perciò assistendo a una transizione da un’accessibilità limitata al piano tecnologico a un approccio di tipo olistico, che mette in risalto la necessità di individuare dei paradigmi teorici e metodologici per fondare e realizzare un e-learning inclusivo.
Il mio articolo Progettare l’inclusione nell’e-learning: approcci e strumenti per l’accessibilità della formazione in rete approfondisce queste tematiche e si può liberamente prelevare dal mio sito web. Buona lettura a tutti.

Il cervello è plastico, ovvero: l’apprendimento non ha età

Fino a pochi decenni fa si riteneva che l’invecchiamento cerebrale e le sue conseguenze fossero inevitabili; tale credenza si basava su un concetto statico del cervello, che a partire dalla maturità subiva un processo degenerativo irreversibile provocato dalla morte dei neuroni e dall’impossibilità di una loro rigenerazione.
Oggi i progressi delle neuroscienze dimostrano che l’invecchiamento intellettuale può essere reversibile: il cervello è plastico in tutte le età della vita. Ciò consente una ristrutturazione delle mappe cerebrali e un miglioramento delle funzionalità mentali attraverso esperienze di apprendimento.
Un allenamento mentale specifico può migliorare le rappresentazioni nella corteccia motoria e sensoriale, migliorare la trasmissione di segnali e restituire efficienza alle connessioni neuronali. L’apprendimento modifica il cervello attraverso la neuroplasticità: l’anziano può recuperare gran parte delle sue capacità mentali dedicandosi ad attività cognitive e motorie stimolanti, svolgendo esercizi appositamente studiati per stimolare la ristrutturazione corticale neuroplastica.
Il neuroscienziato Michael Merzenich attraverso i suoi studi è giunto alla conclusione che un programma specifico di attività in grado di stimolare nuove connessioni neuronali e di riorganizzare le mappe corticali può far sì che anche nella terza età l’apprendimento divenga un’esperienza efficace e gratificante. L’incontro tra la ricerca svolta in campo neuroscientifico sulla plasticità del cervello e la ricerca nel campo dell’educazione degli adulti potrebbe offrire un contributo notevole per lo sviluppo di nuove metodologie e strategie di insegnamento e apprendimento per la promozione del Lifelong Learning.
L’approfondimento di questo argomento nel mio articolo articolo Le basi neurofisiologiche dell’apprendimento permanente, dove parlo delle ultime scoperte delle neuroscienze sulla natura plastica del cervello. Un affascinante viaggio in un mondo di confine tra le scienze biologiche e la didattica, a dimostrazione che non si finisce mai di imparare.
Vi mostriamo l’evoluzione

Nel 2009 ricorrono due importanti anniversari: il secondo bicentenario della nascita di Charles Darwin e i 150 anni dalla pubblicazione dell’Origine delle specie. In tutto il mondo sono state organizzate diverse iniziative per celebrare la doppia ricorrenza; in Italia è stata allestita una mostra itinerante, Darwin 1809-2009, che si sposterà da Roma a Milano e infine a Bari. La mostra è stata organizzata nel 2005 dall’American Museum of Natural History di New York e prima di arrivare nel nostro paese ha fatto tappa in diverse capitali straniere. E’ curata da uno dei massimi evoluzionisti contemporanei, Niles Eldredge, coadiuvato dal collega Ian Tattersall e, per l’edizione italiana, da Telmo Pievani.
Il percorso della mostra è ricco di suggestioni e di installazioni e ricostruisce il percorso intellettuale del naturalista inglese, partendo dalla passione per l’entomologia già dimostrata negli anni giovanili. Un’ampia parte di essa è dedicata al viaggio sul Beagle, durato 5 anni, e alle scoperte che Darwin fece nelle sue esplorazioni dei continenti. Possiamo così osservare gli esemplari animali e vegetali che osservò nel suo itinerario, sotto forma di tassidermie, fossili, scheletri, disegni e appunti riportati nei famosi taccuini; non mancano alcuni animali vivi, come armadilli, iguane e rane.
Chi si trova nelle tre città italiane in cui ha luogo la mostra o nei loro paraggi, non si faccia mancare l’occasione di visitarla: è l’opportunità di immergersi in una storia appassionante, rivivendo il percorso umano e intellettuale di un uomo che ha segnato una tappa fondamentale nella storia della scienza contemporanea. La mostra Darwin 1809-2009 si svolgerà a Roma dal 12 febbraio al 3 maggio; a Milano dal 24 giugno al 25 ottobre; a Bari da novembre a marzo 2010.
Tra le altre iniziative per l’anniversario darwiniano vanno segnalate diverse pubblicazioni edite in questi ultimi mesi, a dimostrazione di come la teoria dell’evoluzione sia più che mai attuale (alla faccia di tutti i creazionisti che vorrebbero impedirne la diffusione, nelle scuole e fuori). Tra di esse il numero speciali della rivista “Le Scienze” (febbraio 2009), con una panoramica sulla teoria evoluzionista e suoi suoi sviluppi; e l’ultimo libro di Piergiorgio Odifreddi, In principio era Darwin (Milano, Longanesi, 2009), che nel suo consueto stile documentato e gradevole ci racconta la vita di Darwin e ci mette in guardia contro gli oscurantisti che vorrebbero mettere a tacere la scienza, e che periodicamente, purtroppo, tornano alla ribalta, come la Moratti che alcuni anni fa tentò di cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici.
La vera sfida della nostra scuola è la lotta all’ignoranza

Lo scorso sabato 14 marzo il quotidiano nazionale “Il Messaggero” ha ospitato un articolo, a firma di Giorgio Israel, dal titolo Tornare ai contenuti è la sfida della scuola. In esso l’autore, che prende spunto da una serie di dati sulle insufficienze collezionate dagli scolari e dalla polemica sul voto in condotta, si lancia in un’appassionata difesa dei contenuti disciplinari, sostenendo che gli insegnanti dovrebbero tornare a studiare i concetti fondanti della loro disciplina, piuttosto che baloccarsi, come è stato negli ultimi decenni, con le metodologie didattiche.
Israel attribuisce il fallimento della scuola odierna a questi due fattori combinati: la crescente ignoranza degli insegnanti riguardo ai contenuti, e la dilagante mania di voler inserire nella loro formazione le competenze didattico-pedagogiche.
Cito testualmente: “Coloro che predicano che tutto va bene, se la cavano dicendo che la colpa è dell’insegnamento “ex-cathedra” e “trasmissivo”. Ma la scuola italiana ha conosciuto fino a una trentina di anni fa soltanto insegnanti formati in modo puramente “trasmissivo” e senza la formazione al “saper insegnare”. Eppure era una delle scuole migliori del mondo. Quindi il ragionamento fa cilecca.”
A questo punto va detto che il professor Israel è anche lui un docente, per la precisione è ordinario di matematica alla Sapienza. Purtroppo per noi, presiede la Commissione per la riforma dei percorsi di formazione per gli insegnanti di scuola primaria e secondaria voluta dal ministro Gelmini. Presumo che, coerentemente a quanto afferma nell’articolo, in aula segua il modello trasmissivo di gentiliana memoria, fedele al celebre concetto che “chi sa, sa insegnare”. Un modello che già ai tempi di Gentile si era dimostrato obsoleto e che all’epoca rappresentò un’involuzione rispetto ai progressi compiuti dalle nascenti scienze dell’educazione, come dimostrano i molti illustri esempi di didattica attiva nelle scuole italiane dagli inizi del Novecento.
Riportare l’attenzione sui contenuti è senz’altro utile, ma rimango quantomeno perplessa vedendo questo tentativo di buttare nel secchio tutta la pedagogia e la didattica (che, tra l’altro, forse non tutti lo sanno ma non sono la stessa cosa), prendendosela anche con Morin e con le sue “teste ben fatte”, ridotte da Israel a un ritornello ideologico ripetuto meccanicamente dagli insegnanti (quali?) tutte le mattine. Il tutto mi sembra che denoti una totale ignoranza di che cosa significa saper insegnare e di che cosa sia un processo educativo.
Il professor Israel è sicuramente un esperto nella sua disciplina, ma forse non sa che negli ultimi 30 anni si sono verificate delle trasformazioni nella società: si parla ormai di società della conoscenza e dell’informazione, di apprendimento lungo l’arco della vita, di formazione centrata sul discente. Chi abbia un pur minima coscienza di queste cose non può non rendersi conto che i saperi sono cambiati, che noi siamo cambiati, e che non si può più concepire una scuola come un luogo in cui si trasmettono fiumi di conoscenze ad allievi passivi, magari attraverso un atto di “creazione spirituale” in cui l’insegnante si fonde con l’allievo.
La vera sfida della scuola, allora, è la lotta contro queste forme di ignoranza e contro chi vorrebbe mistificare le vere cause del degrado della scuola, che non sono certamente da attribuirsi all’esistenza della didattica ma magari andrebbero cercate nella sistematica distruzione operata da certe riforme di centrodestra.
La scuola uniforme e le (in)competenze degli insegnanti

Ancora a proposito di certe esternazioni sulla scuola che avrebbero dello spassoso, se non rispondessero a un disegno intenzionalmente distruttivo del nostro sistema di istruzione e di formazione, mi si sono riaffacciate alla memoria alcune considerazioni gardneriane.
Gardner, lo dico a beneficio dei luminari che non si interessano di pedagogia, è lo studioso che ha sviluppato il concetto di intelligenze multiple; psicologo, insegna nell’Università di Harvard, che non credo possa essere considerato un istituto di serie “b”. La critica di Gardner alla scuola attuale è spietata: si tratta di una scuola uniforme, stereotipata, in cui gli allievi sono costretti a memorizzare una quantità di nozioni all’insegna dell’enciclopedismo senza avere la possibilità di comprenderle davvero, grazie anche al modo astratto in cui sono insegnate. Questo vale in particolare, guarda caso, per le discipline scientifiche, e in primo luogo la matematica, sovente ridotta dai docenti a un cumulo di nozioni rovesciate addosso agli allievi, senza tentare di ancorarla in qualche modo al mondo reale; e se non la capiscono, peggio per loro.
Tra le proposte di Gardner alcune sono interessanti e in qualche modo già collaudate (l’apprendistato, il museo dei bambini). Altre sono più “rivoluzionarie”, come quella di non insegnare tutto di una disciplina come si fa adesso, ma individuare e scegliere dei temi e dei momenti su cui potersi soffermare e fare approfondimenti: una scuola orientata alla comprensione dovrebbe avere il coraggio di rompere con gli schemi tradizionali evitando che l’insegnante sia costretto a “correre” per concludere il programma. Occorrerebbe, in altre parole, operare delle scelte, concentrandosi su alcuni argomenti e non su altri.
Gardner arriva ad auspicare la drastica riduzione del numero di materie a scuola, restringendo il campo d’azione a una scienza, un settore storico, una forma d’arte, ecc., ma in modo completo: non si può insegnare tutto a tutti. E questo con buona pace di chi alza polveroni mediatici sostenendo energicamente che bisogna tralasciare tutte le metodologie per tornare ai contenuti.
E’ scontato, a questo punto (ma forse non del tutto) insistere sulle competenze dei docenti: la conoscenza della propria disciplina non può e non deve bastare. Occorrono competenze complesse, trasversali, interdisciplinari, strategiche e autoriflessive. Nelle politiche europee per il Lifelong Learning si insiste molto sulla formazione dei formatori (intesi come formatori di ogni ordine e grado, quindi l’intera famiglia dei docenti) e sulle loro competenze; purtroppo ancora oggi molti insegnanti e formatori, pur essendo spesso bravi nella propria disciplina, sono quasi digiuni di metodologie didattiche e si affidano al buon senso e all’estemporaneità.
Assistiamo quindi a insegnanti che perpetuano modalità di insegnamento obsolete e si affidano a mezzi di valutazione oggettivi, come interrogazioni orali e temi scritti; a insegnanti che somministrano ai loro allievi prove semistrutturate costruite senza alcuna cognizione in proposito, e che finiscono per essere strumenti non oggettivi di valutazione; e a insegnanti che considerano la valutazione non come uno strumento procedurale di verifica e correzione dell’azione didattica, ma come uno strumento punitivo e finalizzato unicamente alla “contabilità” finale del voto.
E’ quindi essenziale che tutti gli insegnanti acquisiscano le competenze chiave indispensabili per agire in modo professionale, e che per primi imparino ad autovalutare il proprio operato, mostrando la necessaria flessibilità al cambiamento e al miglioramento. Questo può essere lo strumento a nostra disposizione per arginare lo tsunami devastatore che sta tentando di svuotare la scuola in nome della “rivoluzione” dei contenuti e di ridurre secoli di ricerca pedagogica alle rovine polverose di una città morta.









